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Lidia Menapace: così si fa cadere il governo

Caro Zanotelli,


la questione non è - di volta in volta - rimanere esterrefatti perché la Tavola per la pace proprio quest’anno ha tolto la pace dalla piattaforma della marcia Perugia-Assisi, o perché la Finanziaria viene votata nel testo concordato in maggioranza, e che è già il frutto di un lavoro tenacissimo dei compagni e delle compagne che hanno lavorato nelle Commissioni: la questione è se ci si debba considerare legati al patto di sostenere questo governo, o se invece si viene formalmente sollecitati a farlo cadere.

E la stessa cosa mi sentirei di dire ai compagni de Il Manifesto quando ci attaccano a sproposito su quanto ha giustamente detto Napolitano dei rumeni, accusandoci di silenzio colpevole perché staremmo cedendo sul decreto sicurezza. Che non è vero e che è la Sinistra a battersi per ridurre il danno al minimo, lo sanno anche i sassi. Perché fate finta di non saperlo voi? Ho già detto che mi considero legata al patto con gli elettori, ma sono aperta al dibattito su questo tema, purché sia indicato così: bisogna buttare giù questo governo e indicare quali vantaggi ne seguirebbero.
Il nodo delle spese militari non è di oggi né di ieri. Abbiamo ereditato una situazione pressappoco così fatta: le fabbriche d’armi si chiamano «industrie della difesa», si trovano nel bilancio dello Stato tra le spese produttive, e le stesse fabbriche d’armi si considerano orgogliosamente la colonna portante del bilancio dello stato. Tutto ciò è conseguenza di una «interpretazione» dell’articolo 11 proposta anni fa dal generale Jean, secondo la quale la difesa deve intendersi non più come difesa del «territorio» nazionale, bensì degli «interessi» nazionali ovunque nel mondo, anche con forze di intervento rapide. Contro questa interpretazione si batté invano Raniero La Valle, il quale aveva proposto di definire meglio l’articolo 11 con legge ordinaria per riportarlo al suo significato autentico.
Oggi (ma bisognerebbe interpellare dei costituzionalisti esperti) bisognerebbe forse aprire una controversia attraverso la Corte costituzionale. Di questo tipo mi pare potrebbero essere azioni di movimento, visto che appelli generici, anche se generosi, non ottengono nulla.
Infatti, e questa è la seconda grave questione, si è largamente diffusa, e ha messo anche radici, una cultura che considera la guerra come una ratio nemmeno tanto extrema. Non è infatti un mistero che la destra fornirebbe voti in quantità sulle spese militari: in quantità, ma non gratuitamente e se il governo si fosse trovato in minoranza su quei capitoli, la sua caduta sarebbe stata molto probabile.
Come si vede tutto ci rimanda alla questione fondamentale: chi giudica negative, immorali, vergognose le nostre posizioni, ci chiede di far cadere il governo? E allora lo dica chiaro e ci spieghi anche che tipo di appoggio ci darebbe e con quali argomenti in seguito. La situazione è serissima: personalmente credo che dobbiamo volere che il governo resista più a lungo di Bush, che consolidi rapporti in Europa per il rientro (ad esempio) dall’Afghanistan. Una volta raggiunti questi «obiettivi intermedi» si può discutere di modifiche del governo. E intanto si sarà visto quale sia la reale forza dei due grandi partiti virtuali che occupano un dilatatissimo «centro» tutto democratico, tutto moderato, tutto riformista. Se non siamo capaci di vedere lo spazio culturale, sociale, politico che resta a sinistra e non mettiamo in opera tutte le nostre capacità compositive e di raccordo, può capitarci - meritatamente - di scomparire dalla storia.

 

Lidia Menapace

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