- La pace, la politica, la mediazione
- Alex Zanotelli: il mondo della pace sta a guardare
- Lidia Menapace: così si fa cadere il governo
- Enrico Peyretti: l’autocritica paziente della nonviolenza
- Lorenzo Scaramellini: non sono d’accordo
- A quando gli interventi nonviolenti?
- Renzo Craighero: una indignazione motivata
- Angelo Gandolfi: se questa è sinistra
- Gianni Alioti: perché sono d'accordo con Alex
Tutto è partito, ancora una volta, da una lettera aperta di P. Alex Zanotelli. Una lettera che mette bene a fuoco il disagio di tanti che si aspettavano da questo governo una svolta su alcuni temi, fra i quali quello della pace e della riduzione delle spese militari.
Un disagio che ha radici lontane e che rischia di relegare l’impegno per la pace e la nonviolenza a un ruolo di semplice testimonianza, irrilevante nelle scelte politiche. È vero, il governo Prodi, poco dopo il suo insediamento, ha mantenuto – anche se in forme molto morbide – l’impegno elettorale di ritirare il contingente militare in Iraq. Ma poi tutto si è bloccato. Si è andati in Libano. Non si è fatta una seria riflessione sulla nostra presenza in Afghanistan – che pure era stata auspicata dallo stesso Ministro degli Esteri - e in più sono aumentate a dismisura le spese militari. Non soltanto per finanziare le nostre “spedizioni” all’estero, ma anche per dotare il nostro esercito (che nel frattempo è divenuto professionale) di nuovi, sofisticati e costosissimi armamenti. Ad accrescere la delusione è poi venuto quello che viene chiamato “editto bulgaro”, quando da Sofia, il Presidente Prodi, ha di fatto avvallato la costruzione della nuova base militare americana a Vicenza. Senza nessuna consultazione della popolazione, senza tener conto della contrarietà di gran parte della gente di Vicenza.
Ma il dibattito è partito anche all’interno del mondo dell’associazionismo impegnato per la pace, il disarmo e la nonviolenza. Perché dietro questa decisa presa di posizione si celano interrogativi profondi che toccano non soltanto il tema della pace, del disarmo e della nonviolenza, ma mettono l’interrogativo sul senso stesso dell’impegno politico. Perché dietro questa denuncia si cela la domanda sul ruolo e il limite della mediazione politica. Fino a che punto deve arrivare la mediazione e il compromesso? È possibile accettare scelte, contro le quali si è sempre combattuto, per ottenere altro? Detto in altri termini e più concretamente: dobbiamo rassegnarci al meno peggio, oppure dobbiamo cercare in tutti i modi di raggiungere il meglio? E come? E ancora: saremo sempre costretti a votare chiudendoci gli occhi e tappandoci il naso? È giusto che, pur di non far cadere un governo e rischiare di averne uno peggiore, si debbano accettare scelte repellenti perfino per la propria coscienza e per l’impegno che si è sempre profuso per la pace? Lidia Menapace cita nella sua risposta una lettera ricevuta da Domenico Jervolino: «Se ci contentiamo di salvarci l’anima di votare contro (e tutto resta come prima, anzi peggio), allora Alex ha ragione. Se invece la politica è un lavoro paziente e faticoso per spostare in avanti gli equilibri nella situazione data (etica della responsabilità), credo che difficilmente si potrebbe fare meglio di quanto stanno facendo oggi i compagni al Senato».
Sono interrogativi che raggiungono l’essenza stessa della politica e dell’impegno nelle istituzioni, ma che, come viene giustamente messo in evidenza nel dibattito che pubblichiamo in seguito, pongono degli interrogativi radicali anche al movimento per la pace. Quando, poco prima della marcia Perugia–Assisi, il comitato promotore ha incontrato il Presidente Prodi, di fronte alla domanda di una politica che limitasse le spese per il militare, si è sentito rispondere – papale papale – che rappresentava una minoranza. Che non era capace di coinvolgere la gente e che, quindi, non era in grado di pesare politicamente. Una risposta che non può non far riflettere e che domanda una seria riflessione da parte di chi vorrebbe un mondo diverso e nonviolento: quanto siamo capaci di organizzarci? (ricordiamoci che Gandhi per primo affermava che la nonviolenza necessita di organizzazione). Quanto siamo in grado di raccogliere consenso? Quanto riusciamo a coinvolgere la gente, il popolo nelle nostre iniziative? Oppure siamo sempre “i soliti noti” chiusi in una sorta di ghetto autoreferenziale che rischia soltanto di parlarsi addosso? Non rischiamo noi stessi di rendere il pacifismo una sorta di movimento elitario, fatto di brava gente incapace però di coinvolgere la gente?
Come si vede, il dibattito va molto oltre lo specifico caso del finanziamento di missioni militari e dell’aumento delle spese per la difesa. Anche se il tema in se stesso merita particolare attenzione. Perché stiamo correndo il rischio di avallare con il nostro silenzio e il nostro ritorno ad una sorta di testimonianza personale e privata, scelte che portano alla costruzione di un mondo comandato e gestito dai più forti e dai più ricchi, che usano lo strumento militare a loro esclusivo vantaggio. Un mondo pieno di armi che solo i forti possono avere, e riempito di armi più piccole (ma che ammazzano sul serio) perché i poveracci si combattano tra di loro. Un mondo dove perfino la democrazia viaggia sulle ogive dei missili e viene esportata dalla guerra.
Pubblichiamo di seguito alcune reazioni alla lettera di Padre Alex. Il dibattito è aperto e noi invitiamo i nostri lettori a parteciparvi in modo creativo.





