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Quando il dissenso è reato

Diritti umani violati nel Sud-Est asiatico


Francesca Giovannetti e Nicola Perrone

La vita in un paese con un regime totalitario al governo: la polizia controlla internet, le linee telefoniche, i cellulari. Senza libertà religiosa. La dissidenza perseguitata e imprigionata. Il lavoro con i malati di lebbra.

Abbiamo incontrato nella nostra sede di Roma una persona che desidera mantenere l’anonimato poiché teme per la propria incolumità personale. Lo chiameremo con un nome di fantasia: Hu Jia. Lavora con l’associazione “Voglio Vivere” in un paese del Sud-Est asiatico. Non possiamo dire nemmeno il paese. Perché coloro che osano denunciare le innumerevoli violazioni dei diritti umani perpetrate nel paese vengono arrestati. Hu Jia ci racconta il suo lavoro con i malati di lebbra. E la situazione dei “dissidenti” oppressi e perseguitati dalle autorità.

Hu Jia, come mai qui in Italia?
Vengo da un paese del Sud-Est Asiatico di cui non posso dire il nome per paura di essere poi perseguitato. Sono qui perchè invitato dagli amici di “Voglio vivere” che mi danno una mano nella mia attività. Svolgo un’attività di tipo sociale per sostenere le persone ammalate di lebbra, il morbo di Hansen, e le persone che sono sopravvissute a questa malattia infettiva. Desidero informare su come viviamo: a fine dicembre anche alcuni giornalisti sono finiti in prigione. E prima dell’arresto gli agenti di polizia hanno bloccato tutte le linee telefoniche e la connessione internet del giornalista.

Certo , deve essere difficile lavorare in queste condizioni.
Quando in un paese esistono regimi totalitari la partecipazione è regolamentata in maniera molto rigida sia nei rapporti sia nelle informazioni. Ciò significa: “Ti permetto di partecipare nella misura in cui la tua partecipazione sostiene il regime che è al potere”. È questo che vale come legge fondamentale, ma anche come legge di investimento.
Il dramma è che la dissidenza viene controllata severamente dallo Stato. La dissidenza comunica attraverso sistemi moderni, attuali, come internet. In questo modo i grandi network come Google, Yahoo, ecc. sono costretti a consegnare codici criptati alle spie della polizia in modo da poter eseguire dei filtri e capire chi è dissidente. Google e Yahoo hanno dovuto dare tutti i codici richiesti, per continuare la loro opera nel paese. Chi ha provato a opporsi al regime usando il proprio blog su uno di questi grandi network è andato in prigione. Comunque, qui il mezzo più diffuso e comune per controllare la dissidenza rimane quello delle intercettazioni telefoniche. Io stesso sono intercettato.

Quindi niente libertà di espressione e di stampa?
Vi racconto un altro fatto. Guai a cercare di documentare la realtà. Un uomo è stato ucciso a bastonate dagli agenti della polizia municipale per averli filmati con il suo cellulare mentre costoro stavano reprimendo una protesta popolare contro una discarica in un villaggio. Ventiquattro persone sono state arrestate per queste nuove violenze della polizia. L’uomo stava filmando con il suo telefono cellulare una cinquantina di poliziotti nel centro di una città, inviati a reprimere la rivolta degli abitanti di un villaggio che tentavano di impedire ai camion di immondizia di accedere alla discarica vicino alle loro case. I poliziotti si sono scagliati contro a quest’uomo prendendolo a bastonate. È morto subito dopo il trasporto in ospedale.

Siete controllati anche nelle espressioni di fede e religione?
Qui c’è la Chiesa ufficiale, che non può avere un rapporto diretto con il Vaticano. È ufficiale nel senso che è controllata dal governo. Il problema più grande è quello di assicurare alcuni cardini della fede cattolica, come ad esempio la successione apostolica. Non mancano alcuni fedeli cristiani che si radunano per conto proprio attraverso incontri privati, dato che non intendono entrare a far parte della Chiesa ufficiale governativa, proprio per questa sua mancanza di un contatto diretto con il Vaticano. Quindi da ciò risulta evidente che esiste sempre il timore di un controllo e, quindi, di una repressione da parte dello Stato. Io stesso se voglio partecipare a una messa di un sacerdote “collegato al Vaticano” quando parlo al telefono cellulare chiedo se sono previste “cioccolate”, intendendo messa…

Il paese in cui vivi si è industrializzato velocemente.
Direi in modo esorbitante. Oggi c’è gente con il telefonino, con la parabola, ecc., ma vive nelle baracche. C’è il contadino che ara ancora a mano con il bue davanti, però nei pantaloni ha il telefonino. Ci sono cose stridenti e contraddittorie. Attualmente, come effetto dell’industrializzazione, si ha il 10% della popolazione che si è arricchita in modo esponenziale, con possibilità e capacità di acquisto che in Italia ci sogniamo. Mentre il restante 90% usufruisce solo di alcune briciole. Con il passar del tempo, ci si accorge che questo divario aumenta, invece di diminuire. È frustrante.
La paga media di un operaio non supera mai settanta euro al mese, non c’è assistenza sanitaria, né previdenza né pensione. Nella maggior parte dei casi, lavorando sette giorni su sette, si hanno due giorni al mese di riposo, spesso non esiste la domenica.

Come vivono gli operai?
Se fossimo in Italia sarebbero chiamate “condizioni da schiavitù”. Però nell’area del Sud-Est asiatico sono legittime, perché non c’è al riguardo una legislazione vigente che tuteli e rispetti i diritti umani. Perciò un industriale viene qui ed approfitta della legislazione assente e, soprattutto, utilizza tale mancanza per trarre il suo profitto. Un operaio lavora dieci ore al giorno, ma si può arrivare anche a sedici ore di lavoro. Spesso all’interno della fabbrica l’operaio ha anche il suo posto per dormire. Non esiste una vita fuori dal lavoro.
Un altro problema è il fatto che le fabbriche inquinano molto l’ambiente circostante. Nella zona in cui mi trovo, ci sono stati alcuni giornalisti che hanno annunciato che l’80% delle acque è praticamente inquinato. Le esportazioni del pesce allevato nelle vasche sono state bloccate ai confini del paese perché hanno trovato grosse quantità di mercurio. L’acqua che si beve non è pulita e allora si beve l’acqua imbottigliata anche se costa molto e si spera che sia purificata. Tra alcuni anni non si riuscirà più a vivere in questa zona.

Raccontaci del tuo lavoro con i malati di lebbra.
Sostengo socialmente le persone ammalate di lebbra, il morbo di Hansen, e gli ex-ammalati. A livello locale esiste una collaborazione con una struttura governativa, un “Centro di riabilitazione” molto simile a un antico lebbrosario. Il Centro è costituito da diversi villaggi dislocati abbastanza lontani dai centri abitati, in cui vivono solo gli “ex ammalati” di lebbra. Dico “ex ammalati” perché la maggior parte di questa gente ha già fatto la chemioterapia, ma non ha avuto tutte le cure mediche successive alla chemioterapia. Inoltre quando hanno problemi fisici difficilmente trovano accesso alle strutture sanitarie pubbliche. Sono trascorsi sette anni da quando vivo all’interno del Centro. Una volta sono andato a prendere l’autobus con tre ammalati di lebbra. L’autista mi ha detto: “Tu puoi salire. Loro no”. Oggi non solo tutti saliamo sull’autobus, ma sanno già chi siamo. La gente può andare al mercato a fare le spese normalmente, insomma le persone sono accettate dalla popolazione. Per me una delle cose più importanti è stata quella di poter andare a mangiare insieme ai malati di lebbra (o ex ammalati) in ristoranti pubblici. Con il sostegno dell’associazione italiana “Voglio Vivere” abbiamo iniziato a realizzare un programma di sostegno alle persone malate di lebbra grazie a un ospedale, dove il direttore è molto sensibile al nostro stile di lavoro e ha aperto le porte a questa gente.

Hu Jia, svelaci qualche episodio che ti ha particolarmente toccato.
Un giorno mi ricordo che un uomo, morto poi a casa, mi ha chiesto: “Perché vuoi spendere soldi per una persona malata e che sicuramente morirà?”. Gli ho risposto che lui è una persona come tutte le altre, che ha una dignità. La cosa più importante è dare una qualità anche alla morte di ogni individuo, affinché non sia la semplice fine di un’esistenza. Il fatto poi di aver continuato a spendere soldi per lui ha fatto crescere anche la coscienza dei medici stessi, apprezzare il valore della persona.
 

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