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La sovranità pubblica

LA POLITICA DEI BENI COMUNI

 

Riccardo Petrella

L’acqua è un diritto, è un bene comune. Va governata pubblicamente. Esce nei prossimi giorni il libro di Rosario Lembo sull’uso virtuoso dell’acqua: ecco la prefazione in anteprima.

Non è una nozione astratta quella dei beni comuni. È un modo diverso ed “eversivo” di fare politica. Mettendo al centro le persone e non i mercati. Per questo l’acqua ci lancia tre grandi sfide.

La prima sfida è quella di concretizzare il diritto all’acqua potabile e sana per tutti gli abitanti del Pianeta, non fra 50-100 anni, ma entro una generazione (al più tardi entro il 2025). La tendenza invece è quella di considerare che, in ragione anche degli effetti devastatori dei cambiamenti climatici, non sarà possibile realizzare il diritto all’acqua per tutti. Ci saranno sempre in futuro, si ammette con rassegnazione, centinaia di milioni di essere umani “poveri d’acqua” (cioè privati dell’accesso alla vita).
La seconda sfida concerne la ridefinizione dell’acqua come bene comune pubblico, da salvaguardare e promuovere come eco-patrimonio dell’umanità e di tutte le specie viventi. Il pensiero e l’azione prevalenti dei gruppi dominanti – si pensi alle politiche dell’Unione Europea e a quelle della Banca Mondiale, del WTO - vanno invece nella direzione di considerare l’acqua come un bene economico territoriale competitivo - risorsa in via di rarefazione avente, quindi, un valore di mercato sempre più alto ed attraente per i detentori di capitale da investire - da gestire secondo le regole dell’economia capitalista di mercato.
La terza sfida consiste nel realizzare un governo pubblico dell’acqua fondato sulla reale partecipazione dei cittadini, sulla co-responsabilità delle comunità “locali” e sulla fraternità fra le popolazioni. Le classi dirigenti, invece, non credono più alla democrazia rappresentativa, figuriamoci se credono alla democrazia partecipata, al di là del costante riferimento che fanno alla demo-crazia e al coinvolgimento dei cittadini. Esse credono unicamente nel dominio. Lo stesso dicasi sulla co-responsabilità delle comunità “locali”: l’acqua è vista come una risorsa strategica su cui mantenere forte e chiara la propria sovranità patrimoniale (nazionale, regionale...; l’acqua è definita “l’oro blu”) per assicurare la propria sopravvivenza, sicurezza economica e competitività internazionale. Per quanto riguarda la fraternità, il pensiero dominante parla piuttosto di “guerre dell’acqua” che, secondo i poteri forti, saranno le guerre del XXI secolo, come il petrolio è stato all’origine di tante “guerre” del XX secolo.
Come si vede, le sfide sono enormi. Se uno fosse in vena di superlativi, direbbe che siamo di fronte a sfide “epocali”. Le tre sfide sono, è evidente, strettamente legate fra loro. Non è pensabile tentare di abbordare e risolvere l’una nell’assenza delle altre. In questo senso, e considerato lo stato attuale delle cose sul piano delle “politiche dell’acqua” in Italia, in Europa e nel mondo, mi sembra non solo suggestivo, ma soprattutto opportuno, proporre di considerare la seconda sfida come la sfida su cui centrare – e ri-iniziare - il lavoro di sensibilizzazione civica e di mobilitazione politica delle popolazioni, affinché un cambiamento “radicale” - per il lungo termine - possa essere operato tale, giustamente, da permettere di risolvere le sfide “epocali”.

Il riconoscimento dell’acqua
Propongo che la sfida a cui collegare le altre due sia l’obiettivo di giungere – a livello locale, nazionale, continentale e mondiale - al riconoscimento istituzionale dell’acqua come bene comune pubblico, eco-patrimonio dell’umanità e di tutte le specie viventi. Per tre ragioni.
Primo: la cultura dei gruppi dominanti è riuscita a scardinare ed a far svanire dal bagaglio culturale delle società occidentali – estendendo il processo al resto del mondo – l’idea stessa di beni comuni (i beni individuali privati sono quelli che contano), e di beni (e servizi) pubblici (ridotti ad una nozione molto labile quale quella di beni/servizi di interesse generale e di non rilevanza economica. Come se la prima rilevanza che conta, a cui fa riferimento, fosse la rilevanza economica, per cui da una parte, ed in primis, ci sono i beni economici e poi ci sarebbero quelli non-economici!). Questa trasformazione culturale è alla base della mercificazione dell’acqua, cioè del trasferimento al consumatore della copertura dei costi di accesso all’acqua potabile nella qualità e quantità necessaria per la vita, anziché la loro copertura da parte della collettività in quanto diritto umano universale. Essa è altresì alla base della privatizzazione della gestione dei servizi idrici e del finanziamento degli investimenti (che poi, in realtà, in un’economia capitalista di mercato, sono finanziati dal consumatore. In effetti, in Italia, è stato sancito per legge che il finanziamento dei costi e degli investimenti dei servizi idrici è coperto dalla tariffa al m³ d’acqua pagata dall’utente). Re-inventare il bene comune pubblico acqua è strategicamente determinante anche per il riconoscimento del diritto all’acqua (che resta il punto cardine della “militanza per l’acqua”).
Secondo: la pratica politica e sociale che si è imposta nel corso degli ultimi trenta anni ha fatto saltare non solo la nozione di Stato, di Stato “sociale”, di Stato del welfare (il che è già una rottura radicale), ma anche quella di sovranità del popolo e di sovranità dell’umanità (in quanto insieme degli esseri umani). Il vero e principale soggetto di sovranità oggi riconosciuto è “il portatore d’interessi” (lo “stakeholder”) che può essere uno Stato, un sindacato, un gruppo di pensionati, un’impresa multinazionale, una “Chiesa”. Non v’è più la sovranità pubblica. Impera la sovranità privata. Una comunità umana è, invece, società quando questa si esprime attraverso una soggettività politica collettiva sovrana, rappresentante dell’insieme dei membri della comunità, al servizio dei loro diritti e doveri. La sovranità pubblica è impossibile senza beni comuni pubblici.
Terzo: i risultati (relativamente) positivi raggiunti finora – come dimostra l’importante mobilitazione cittadina attorno alle problematiche dell’acqua intervenuta in questi ultimi anni in Italia – sono stati ottenuti meno sull’asse del riconoscimento del diritto all’acqua per tutti quanto, invece, sull’asse della gestione dell’acqua come bene comune pubblico. Il tema del bene comune pubblico è evocatore di tanti principi e modi di vivere che sono alla base della civiltà occidentale (uguaglianza, giustizia, solidarietà, benessere collettivo, fraternità, libertà di tutti, rispetto del patrimonio comune...).
Per noi italiani, le battaglie attorno alla decrescita cui le classi dirigenti oppongono lo “sviluppo durevole” (il che finora ha significato principalmente “rinverdire il capitalismo di mercato”), così come quelle attorno alla ricchezza (dei pochi) ed alla povertà (dei molti) - rispetto alle quali i gruppi dominanti danno la priorità alla crescita della ricchezza dei pochi (vedi, per tutti, il presidente della Francia) - diventeranno di centrale pregnanza nei prossimi tre-cinque anni a livello europeo. La mobilitazione per il bene comune pubblico, ed in particolare per l’acqua, per riuscire deve diventare forte a livello dell’Unione europea.

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