Storie d’acqua e d’immigrati
Niccolò Rinaldi
Davanti a un quadro di Leandro Da Bassano. È la storia di un naufragio e di un santo che salva i naufraghi. Intanto nel mare di Malta e Lampedusa, al largo della Canarie e nell’Egeo...
Venezia - Nella navata destra della basilica veneziana di San Giovanni e Paolo (San Zanipòlo in uso locale), si apre la cappella della Madonna della Pace, che raccoglie un’antica icona bizantina, credo di provenienza siriana.
Seppure di epoca ben più tarda, la leggenda racconta che quest’icona fu venerata da San Giovanni Damasceno, che al suo cospetto ebbe riattaccata una mano che gli era stata tagliata, secondo le canoniche disavventure in cui capitavano i martiri cristiani. Come tutte le icone, entrati nella cappella, lo sguardo della madonna inchioda chi la osserva e, grazie alla magia matematica dei colori e delle proporzioni, tutta l’attenzione ne viene catalizzata.
Così, per molti anni, non avevo fatto caso a un grande quadro esposto su una delle pareti laterali e quasi illuminato di luce riflessa dal severo sguardo della Madonna della Pace. Si tratta di una tela di Leandro da Bassano, diversa da ogni altro quadro che conosco, per soggetto e per pathos.
È notte, o quasi notte, e sulla sinistra si stende una città che si presenta solida, potente, con torri, castelli, palazzi alti. È una città in parte fortificata, protetta da mura. Accanto alle costruzioni dell’uomo, s’apre uno specchio d’acqua che prende spazio nel resto della tela. Non si vede, sulla destra, l’altra sponda, potrebbe essere un mare, un oceano. Ecco, i protagonisti del quadro sono questa acqua, queste onde, acqua scura e onde minacciose. La città, dotata anche di un porto, pare affidare i suoi traffici e il suo benessere a questa acqua, ma anche se ne difende. Davanti a questi due mondi - la città degli uomini, la potenza dell’acqua - Leandro da Bassano dipinge in primo piano un dramma concitato: una folla di persone abbigliate con agio, dunque si presume cittadini abbienti, si accalca intorno a due naufraghi: un uomo e un bambino. Entrambi esausti, coi vestiti stracci. Non se ne vede il volto, riversi per terra come sono, ma la loro posa plastica ci dice della loro fatica, della pena sofferta più di quanto capiremmo guardandoli in faccia. Tengono le gambe piegate, e con questo accorgimento il pittore pare tranquillizzarci sussurrando che sono ancora vivi, che ce l’hanno fatta, mentre i cittadini apportano soccorso. In mezzo a loro, affranti sulla riva, si erge la figura modesta di un domenicano, accompagnato da un seguace, con testa alta e volto luminoso. Solo osservando con attenzione vedo che questo personaggio non è approdato a terra, ma è ancora in acqua, anzi, cammina sull’acqua. Se l’uomo e il bambino sono ancora vivi, lo si deve, si capisce, al suo intervento. Il miracoloso personaggio è annunciato dal titolo del quadro, che conduce lontano dai canonici percorsi orientali di Venezia, e recita: “San Giacinto attraversa il fiume Dnieper”.
L’avventura sul fiume
Inutilmente ho cercato di saperne di più sull’avventura di questo santo domenicano sul grande fiume ucraino che sfocia nel Mar Nero, a più riprese allargandosi nel suo corso fino a creare dei vasti e tumultuosi laghi. Ma il predicatore che tra il XII e il XIII secolo evangelizza i prussiani e la Russia, deve intrattenere un rapporto speciale con l’acqua, tanto che in altre due occasioni doma la corrente della Vistola, una delle quali con una levitazione che gli permette di camminare sulle onde grazie alla sua cappa distesa portando con sé tre compagni.
Anche sul Dnieper Giacinto sfodera poteri miracolosi, traendo in salvo l’uomo e il bimbo (forse anche altri miracolati non raffigurati nel quadro?) di cui niente sappiamo, ma di cui immaginiamo senza troppi giri di parole le peripezie, i bisogni, il legame che li unisce. Perché, seppure sprovvisti di rendiconti precisi, il quadro di Leandro da Bassano (il cui nome completo, questione di destino acquatico, è Leandro Da Ponte da Bassano) è abbastanza eloquente e anche noi ci commuoviamo al pari della folla accorsa. Ciò che ci illustra quasi fotograficamente ha una somiglianza straordinaria con quanto tocca vedere sulle rive del nostro Mediterraneo, terra di salvezza e di morte, acqua di speranza e di dannazione.
La città mercantile e l’acqua fonte di vita
C’è la città prospera e sicura, ma anche prepotente e chiusa, che guarda l’acqua tanto con spirito mercantile quanto con senso di minaccia; c’è l’accorrere della folla curiosa e ansimante, ma diversa, consapevole del suo destino di diversità, rispetto ai naufraghi, che per ventura o per bisogno sono incappati nella sciagura, e che come tutti i sopravvissuti, hanno visto la morte in faccia. E soprattutto c’è l’acqua, fonte di vita, bisogno vitale, moneta di scambio, merce di arricchimento, benedizione divina, ma anche, come a largo di Lampedusa e di Malta, come a largo delle Canarie e nell’Egeo, come per i boat people vietnamiti e i fuggiaschi cubani, contraddittoria sostanza. Mobile quanto basta ad aprire lo spiraglio del passaggio verso la salvezza e la speranza di libertà, infida per richiudersi e uccidere - uccidere le donne avvistate dagli aeroplani mentre tengono stretti i loro bimbi poco prima dell’affogamento, uccidere i giovani e i padri di famiglia a caccia di un futuro migliore. L’acqua come “altro mondo”, sfera a parte che isola chi vi si avventura da ogni civiltà (nei barconi dei clandestini si muore anche di bastonate da parte degli scafisti); l’acqua che salva per il sorso d’acqua dolce del fondo della borraccia, e quella che fa crepare perché c’è solo acqua salata e nessuno allunga la bottiglia.
San Giovanni Damasceno e il custode del cimitero di Lampedusa
Ma quello che Leandro da Bassano dipinge e che noi non possiamo fotografare oggidì, è il santo salvatore, ché non è più tempo di eroi, figuriamoci di santi miracolosi. Gli stessi domenicani anziché salvare naufraghi si sono dati anche ad altri sollazzi (nella stessa chiesa di San Giovanni e Paolo un altro quadro celebra il rogo dei libri nel massacro degli albigesi, e si conserva affettuosamente il corpo di San Vincenzo Ferrer, santo per aver perseguitato gli ebrei di Spagna) e oggi non resta che affidarci ad altri personaggi, a loro modo tutti belli. Come certi militari che non chiudono occhio tutta la notte nelle loro ricognizioni; come i volontari che prestano servizio e suppliscono alle carenze non dello Stato, ma di tutti noi; come l’anziano custode del piccolo cimitero di Lampedusa, che alle salme ignote dà degna sepoltura, provvedendo una croce di legno a ciascuno, perché questo, spiega, non sarà il simbolo del loro Dio, ma il solo che lui può dargli per vegliare sulla loro anima.
Sfiorando il fiume col suo amore, Giacinto prova i poteri della levitazione, ovvero della cautela e della cura con cui si deve affrontare l’acqua, rispettandola e solo così domandola. È una lezione di inizio anno, un viatico al 2008, e che l’acqua esige sempre da noi, come risorsa idrica e come mare aperto. Quanto può suggerire un quadro veneziano, città propizia alla riflessione marina. Grazie alla sua leggerezza Giacinto ha salvato sul Dnieper un uomo e un bimbo. Noi cerchiamo di salvare gli altri, che sono tanti, tutti in balia del mistero dell’acqua, nuova via dolorosa.





