Incontro con Gianluca e Massimiliano De Serio
Paola Bizzarri
Vincitori della categoria “Italiana.doc” del Festival di Torino. La macchina da presa racconta il cambiamento. Le storie vere di donne e minori, migranti e trafficanti.
Always on the move. Sempre in movimento. Questo lo slogan che campeggiava ovunque nella città di Torino durante le fasi antecedenti lo svolgimento dei Giochi Olimpici Invernali nel 2006.
Sono in molti ad affermare che la capitale italiana dell’auto, città industriale per antonomasia, stia cambiando. Torino, da metropoli operaia, negli ultimi anni sta lentamente indossando i panni di centro propulsivo di iniziative culturali, spettacoli, eventi e mostre di forte interesse.
Nel bene o nel male è vero. È così. E in ogni cambiamento esistono protagonisti e spettatori. Vi sono persone che questo cambiamento lo raccontano con lo sguardo degli spettatori più deboli e meno coinvolti da questi nuovi processi: immigrati, donne, bambini. Divenendone così protagonisti. Costoro sono Gianluca e Massimiliano De Serio, due filmakers torinesi, gemelli, classe 1978, vincitori nella categoria “Italiana.doc” dell’ultimo Torino Film Festival diretto per la prima volta da Nanni Moretti.
Massimiliano è dottorando in estetica e tecnologia dell’arte a Parigi, Gianluca è laureato in storia del cinema. Dal 1999 realizzano cortometraggi e documentari tra cui «Il giorno del santo» (2002), «Maria Jesus» (2003), «Mio fratello Yang» (2004), «Lezioni di arabo» (2005), «Zakaria» (2005), «Ensi e Shade», «Rew e Shade» e «Raige e Shade» (2006) presentati ai maggiori festival internazionali, dove hanno ricevuto numerosi riconoscimenti. Dal 2007 lavorano come artisti alla galleria torinese Guido Costa Projects. Durante l’ultima edizione del Torino Film Festival hanno vinto il Premio speciale della giuria con «L’esame di Xhodi» (documentario) per “aver saputo raccontare con inconsueta padronanza dei mezzi espressivi la straordinaria, quotidiana esperienza della creazione artistica”. Teatro della storia un’Albania pronta ad accogliere il presidente degli Stati Uniti d’America in visita ufficiale. Ma proprio quel giorno all’Accademia d’arte e al Conservatorio della città è il momento degli esami…
Cambiamenti, passaggi, migrazioni e soprattutto storie di esseri umani. Ne abbiamo parlato con loro.
Provenite da un quartiere operaio di Torino, “Barriera di Milano”, oggi connotato da una forte incidenza di stranieri. Qual è il vostro sguardo su questa parte di città?
Barriera di Milano è un punto di vista privilegiato nei confronti della vita della città, una fonte di ricchezza e ispirazione. La nostra fortuna risiede proprio nella provenienza da questa zona ricca di contraddizioni e difficoltà, ma anche di bellezza. Un quartiere che, come altre periferie, bene rappresenta l’essenza della Torino accogliente, prima in relazione all’immigrazione meridionale, oggi a quella straniera. Noi stessi arriviamo da una famiglia del Sud, emigrata negli anni ’50, che ancora vive in questa periferia. Tutti i nostri lavori partono da incontri e sguardi su questa realtà. «Maria Jesus» nasce da un incontro avvenuto in Barriera con una ragazza a cui abbiamo chiesto di raccontare la sua storia d’immigrazione dal Sud America all’Italia, a Barriera di Milano. Il corto è stato girato negli stessi luoghi. Lo stesso discorso vale per «Mio fratello Yang», la storia di Bing, arrivata clandestinamente a Torino dalla Cina.
L’immigrazione è un punto centrale dei vostri lavori. Prevalente è la figura della donna.
Abbiamo iniziato con «Il giorno del Santo» nel 2002, dove si racconta di una ragazza curdo-irachena che perde il lavoro e il diritto a vivere nella nostra comunità, proprio all’indomani dell’approvazione della legge Bossi-Fini. Nel film la troviamo sola, impegnata a scrivere una lettera ad un “tu” impersonale che, a ben guardare, siamo tutti noi. In «Maria Jesus» la protagonista non è sola, ma assieme ad una trafficante di immigrati con cui instaura un conflitto. In «Mio fratello Yang», la ragazza è ospitata dal suo nuovo fratello Yang, che l’aiuta ad imparare i prezzi e i nomi della mercanzia venduta al mercato. Le tre storie formano un corpus incentrato su donne clandestine in Italia, a Torino.
Per noi raccontare queste storie al femminile rappresenta una sfida. Vogliamo presentare dei ritratti, o meglio ritrarre il bello e conturbante di ciò che racchiude insieme la paura della vita e il coraggio di affrontarla. E il volto femminile ben raccoglie questa ambivalenza. Il volto di Maria mentre attende l’arrivo dei trafficanti di immigrati che l’abbandoneranno a se stessa, racchiude questi due aspetti.
Inoltre, l’universo femminile meglio si presta a rappresentare il volto di tutta una comunità straniera, presente a Torino, ma comprensiva di figli e genitori lontani, nei paesi d’origine. Infine c’è un’altra ragione. Girare un film è sempre un processo invasivo e aggressivo. Lavorando con protagoniste donne abbiamo imparato a essere discreti. Loro stesse ci hanno permesso di apprendere un utilizzo delicato e rispettoso della macchina da presa. Lo stesso con i lavori incentrati su ragazzini come «Zakaria» e «Ensi e Shade».
Infatti, gli altri protagonisti dei vostri film sono i minori. Come è nato questo interesse?
Abbiamo iniziato a lavorare con gli adolescenti a partire da «Zakaria». In quel momento, eravamo interessati ad effettuare un percorso sull’apprendimento. Per antonomasia, colui che apprende è il bambino, attraverso l’attuazione di passaggi rivolti al divenire adulto. Zakaria è un adolescente che impara da una maestra, ma anche da un coetaneo che, scopriremo, chiamarsi con lo stesso nome. Sono seguiti «Ensi e Shade», «Rew e Shade» e «Raige e Shade», l’anno dopo, nel 2006. Una trilogia in cui Shade, un diciottenne, combatte e cresce a colpi di freestyle, rap improvvisato, contro il suo maestro, dialoga con il suo migliore amico e si confronta con il suo idolo: tre momenti sull’apprendimento, attraverso temi come la vita, la politica, la religione, l’amore.
Sempre l’insegnamento di giovani è al centro del vostro ultimo successo: «L’esame di Xhodi».
Si tratta di un documentario sull’insegnamento, sull’accademia delle Belle Arti e sul conservatorio di Tirana e si compone di una serie di ritratti di questi giovani alle prese con gli esami. «L’esame di Xhodi» muove da un approccio legato alla figura di Don Milani, all’insegnamento collettivo senza gerarchie. Ogni ragazzo ha un suo maestro, che ha i suoi allievi, che a loro volta aiutano altre persone fino ad arrivare alla sorellina, cui insegnano a suonare il piano, per esempio. Queste persone trasmettono saperi legati all’arte, alla musica, alla pittura ma, in questa provvisorietà legata all’apprendimento, è racchiusa tutta la forza di queste vite in formazione. All’inizio si parte con un vecchio professore dell’Accademia, per finire alla piccola Xhodi, impegnata a imparare a suonare il piano e a superare il suo esame. Da un lato si tratta di ritratti di studenti alle prese con se stessi, allo stesso tempo si dipingono i contorni del ritratto di una nazione, di questa giovane Albania piena di contraddizioni dopo gli anni di dittatura. Non a caso tutto il film si svolge durante la visita ufficiale di G. W. Bush. La presenza, pur incombente, di elicotteri, bandiere, parate militari e decoro è volutamente rimasta nello sfondo e al centro c’è l’Accademia, una bolla di vetro in cui si svolge la vera vita. Ma si sente come l’esterno penetri questo mondo.
A proposito di minori, «Dentro il silenzio», «L’uomo più forte del mondo», «Jacopo» e «Senza respiro» sono quattro cortometraggi relativi a storie di bimbi con gravi malattie genetiche. Volete raccontare questa esperienza?
Un’esperienza nata un po’ per caso. Siamo stati contattati quattro anni fa per compiere una serie di cortometraggi per la maratona Telethon, sulla Rai. Non ci abbiamo pensato due volte: l’obiettivo era raccogliere fondi per la ricerca. «Nell’uomo più forte del mondo» raccontiamo la storia di un bambino che ha salvato la vita al fratellino donandogli il midollo osseo e permettendone la guarigione, quasi ne fosse l’angelo custode. Purtroppo non tutti i casi filmati oggi presentano una conclusione positiva. Per noi resta essenziale l’opera di sensibilizzazione su temi di solidarietà rivolti ai minori.
Oltre a «L’esame di Xhodi», da non perdere assolutamente «Spara», un video clip antimilitarista realizzato per la band piemontese degli Endura. Girato alle Fonti del Clitunno, in Umbria, racchiude ed esprime in modo efficace alcuni dei temi trattati dai Fratelli De Serio: l’insegnamento, la pericolosità delle gerarchie, la violenza sui minori, il dramma dei bambini costretti alla guerra e all’uso delle armi. Scaricabile da Youtube.





