GRANDI CELEBRAZIONI PER L’ANNIVERSARIO
Elena Asciutti
Mezzo secolo di stabilità e sviluppo ha trasformato una nazione povera e disgregata in un paese economicamente forte. Un paese islamico e laico. Sottotraccia il pericolo di divisioni.
Il 31 agosto 2007 la Malesia ha festeggiato il cinquantesimo anniversario dell’indipendenza dal Regno Unito. Le strade e gli edifici di Kuala Lumpur erano decorati con bandiere e striscioni, sui quali spiccava “Merdeka”, parola in lingua bahasa che significa sia libertà sia indipendenza. Le celebrazioni sono state intense e sentite dalla popolazione che, durante gli alzabandiera e le parate, ha espresso tutto l’orgoglio malese.
Durante quasi cinque secoli la Malesia è stata divisa in una serie di sultanati e regni spesso in competizione fra loro, per poi passare sotto il controllo portoghese prima, poi olandese e infine britannico, diventando indipendente nel 1957 e Stato unitario soltanto nel 1963.
La vocazione commerciale della penisola malese e il controllo coloniale inglese contribuirono alla formazione di un complesso assetto demografico e religioso. Nei secoli, mercanti arabi, indiani, cinesi si installarono nei porti principali della Malesia. Successivamente gli Inglesi favorirono l’importazione massiccia di manodopera dall’odierno Sri Lanka, dall’India meridionale e dal Sud della Cina. La popolazione malese è pertanto composta da quasi 25 milioni di abitanti, di cui il 58% è “malay”, o “bumiputra” (figli della terra), il 30% è cinese e il 10% indiano; il resto è classificato nell’imprecisa categoria di “altri”. La maggior parte della popolazione è di fede musulmana, molti tra i cinesi e gli indiani sono però buddisti, induisti e anglicani.
Nel 1957, ottenuta l’indipendenza, il compito principale per i leader politici malesi fu immaginare una nazione unitaria nella quale credere e far credere, gestendo la ricca eredità etnica e religiosa. L’elemento unificante fu perciò rintracciato nell’Islam. Questa scelta condusse però a praticare una “politica razziale”, volta a proteggere i bisogni, veri o presunti, di un determinato gruppo etnico, anche a scapito di altri. Lo scopo era di raddrizzare la bilancia a favore della maggioranza “malay” che aveva subito decenni di discriminazioni da parte del potere coloniale. Legalmente per essere “malay” bisogna soddisfare tre requisiti: essere musulmani, parlare “bahasa malaysia”, la lingua nazionale, e “seguire le abitudini malay” – concetto, quest’ultimo, piuttosto vago. La conseguenza è stata che i tre gruppi etnici (“malay”, indiani e cinesi) si sono ritrovati a vivere separati.
Dal 1957, i cinque Primi ministri, succedutisi nel governo della Malesia, hanno contribuito al processo di formazione e di consolidamento della Malesia come Stato unitario: Tunku Abdul Rahman, il «Padre dell’Indipendenza» (1957 – 1970); Abdul Razak, il «Padre dello Sviluppo» (1970 – 1976); Hussein Onn, il «Padre dell’Unità» (1976 – 1981); Mahathir Mohamad, il «Padre della Malesia moderna» (1981 – 2003); e Abdullah Ahmad Badawi.
Il «Padre della Malesia moderna» è sicuramente il premier che ha più segnato il futuro della Malesia durante i 22 anni passati alla guida del governo, tanto da far parlare di “mahathirismo”, dottrina politica articolata in cinque elementi: nazionalismo, capitalismo, Islam, populismo e autoritarismo. Mahathir è stato capace di esercitare un’influenza pervasiva sulle scelte politiche e sulle istituzioni pubbliche, mettendo in pratica una forma personalizzata di egemonia, basata sull’abilità di proiettare un’immagine ambiziosa della società malese, al fine di allineare il livello di vita della Malesia a quello occidentale, trasformandola in un paese pienamente sviluppato non solo sul piano economico, ma anche a livello politico, sociale e spirituale.
Dopo il ritiro di Mahathir nel 2003, è avvenuta l’ascesa politica del “Parti Islam Se-Malesia” (Partito Islamico Panmalese - Pas), legato all’Islam politico dei Fratelli Musulmani. Il Pas ha rappresentato un’alternativa per coloro che, contrari al programma nazionalista di stampo capitalista, proponevano la creazione di uno Stato islamico, amministrato attraverso la legge coranica. Con l’arrivo del nuovo Primo ministro, Abdullah Ahmad Badawi, devoto musulmano, il programma “Islam Hadhari” (Civiltà islamica moderna) è stato avviato al fine di coniugare la pratica dell’Islam con il rispetto della legge secolare, la modernizzazione e lo sviluppo del paese, e di impegnare la Malesia a spendere una parte dei profitti del petrolio per costruire moschee e centri islamici. Considerata da molti studiosi presuntuosa per la pretesa di avere riscoperto un tipo d’Islam dimenticato da secoli, la ricetta Badawi è però piaciuta agli elettori che nel 2004 lo premiano con il 64,4% dei voti, ridimensionando così l’ascesa politica del Pas. Tuttavia, le regole della sharia sono applicate in Malesia a livello statale, dopo esser state stabilite dai sultani a capo degli Stati della Federazione, limitatamente al diritto di famiglia, ai riti religiosi e alle cerimonie. Pertanto, convivono due sistemi paralleli di giustizia: uno secolare basato sulle leggi approvate dal Parlamento; e l’altro fondato sulla legge islamica avente giurisdizione sulle persone che si dichiarano di fede musulmana.
Tra laicità e religione
La Malesia è uno Stato laico, così come definito dalla Costituzione. L’articolo 11 tutela poi la libertà di religione. Ma la realtà è diversa. Innanzitutto, per i “malay” è impossibile convertirsi a religioni diverse dall’Islam. Spesso si è anche sollevata la questione se fosse possibile per un “malay” credere in altre scuole musulmane e non solo in quella sunnita. Per le altre etnie aderenti ad altre fedi non ci sono restrizioni. Manca una sfera pubblica che permetta diverse esperienze religiose attraverso cui impegnarsi per il bene comune. L’immagine che emerge non è rosea. Sul piano delle relazioni internazionali, dopo l’11 settembre 2001, anche uno Stato moderato come la Malesia è rimasto intrappolata nel confronto tra Islam e non-Islam. A livello nazionale, nonostante i traguardi raggiunti in 50 anni di indipendenza, su certe questioni ciò che divide i cittadini malesi è più enfatizzato rispetto a quello che li unisce. E quando queste questioni riguardano la fede, le controversie diventano ancora più forti. A questo proposito, Raja Nazrin, importante intellettuale malese, dichiara: «Cinquant’anni fa la nostra diversità etnica e religiosa era considerata un vantaggio unico. Oggi, siamo preoccupati da come mantenere l’unità del paese. La Malesia dovrebbe evitare la polarizzazione e la competizione lungo le linee dell’appartenenza etnica e religiosa. La Costituzione è la legge suprema, capace di garantire le libertà fondamentali a ogni cittadino. Lo strumento legale deve però essere accompagnato anche dal perseguimento della giustizia sociale ed economica della popolazione, per cui oltre all’attività politica è necessaria una vivace società civile».
Mezzo secolo di stabilità e sviluppo ha trasformato una nazione povera e disgregata in un paese economicamente forte. Le celebrazioni per i cinquant’anni della nascita della nazione hanno rappresentato un momento per non dimenticare che l’unità della Malesia esiste, ma è un’opera non del tutto compiuta.
Il 2008 sarà un anno importante in cui nuove elezioni nazionali dovrebbero essere indette dal Primo Ministro Badawi, nei primi mesi dell’anno. La speranza è che il paese riesca a darsi un’impronta di nazione tollerante e ricca della diversità razziale tipica dell’Asia.





