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Il Tigri sbarrato

TURCHIA: RITORNA L’INCUBO DELLA DIGA DI ILISU

 

Luca Manes

Appoggio e complicità di banche austriache, svizzere e tedesche. Sparirà la città storica di Hasankeyf. I fiumi d’acqua gestiti in funzione politica anti-siriana e anti-irachena.

Negli ultimi mesi del 2001 in Turchia, ma anche nel resto del pianeta, furono in tanti a tirare un bel sospiro di sollievo, allorché il progetto della diga di Ilisu sul fiume Tigri, in pieno Kurdistan turco, sembrò tramontare in maniera definitiva.

Le agenzie di credito di Italia (la Sace) e Regno Unito (ECGD), infatti, non se la sentirono di dare il loro appoggio politico e finanziario ad un’opera dai molteplici impatti negativi – tanto che la Banca mondiale fin da principio si era guardata bene dall’avere qualsiasi  tipo di implicazione – e di conseguenza il consorzio costruttore, tra le cui fila c’era anche l’Impregilo, cessò rapidamente di esistere. Ora Ilisu è tornato prepotentemente di attualità. Le agenzie di credito all’export di Austria, Germania e Svizzera hanno deciso di sostenere il manipolo di imprese interessate a ricevere laute ricompense dal governo turco per la realizzazione della diga.
Ma non solo, come sempre accade per questo tipo di progetti, forte è anche il coinvolgimento di un gruppo di banche private pronte a erogare prestiti di milioni di euro. Nella lista di istituti di credito spicca la Austria Bank Creditanstalt, controllata dall’italiana Unicredit. Proprio l’Unicredit è attualmente oggetto di una campagna, da parte di una serie di organizzazioni, tra cui il coordinamento AcquaSuAv, affinché si ritiri dal previsto finanziamento di 280 milioni di euro. Unicredit Group ritiene che la diga di Ilisu sia ben monitorata e in linea con gli standard internazionali, ma non tiene in considerazione che le conseguenze della costruzione della diga saranno incalcolabili e irreversibili.
Numerose e di grande rilievo le questioni in ballo. In assenza di accordi internazionali sull’utilizzo dell’acqua del Tigri, l’impianto di Ilisu potrebbe essere utilizzato come strumento di ricatto nei confronti dei paesi confinanti, in particolare Siria e Iraq – i cui confini sono a meno di 100 chilometri dal sito interessato dalla costruzione dell’opera. Una sensibile riduzione dei flussi d’acqua ed un peggioramento della sua qualità avrebbero ripercussioni gravi sui territori dei due stati asiatici, aumentando la tensione in uno spicchio del mondo dove i problemi sono già tanti.
Ma non è finita qui. La storica città di Hasankeyf e centinaia di altri beni culturali nella valle del Tigri con oltre 12mila anni di storia, verrebbero sommersi e quindi perduti per sempre. Hasankeyf è stata una delle capitali degli antichi regni dell’Anatolia ed un magnifico esempio di pacifica convivenza tra religioni diverse. La città, come la maggior parte dei luoghi che saranno impattati negativamente dal progetto, rappresenta un luogo culturalmente importante per l’etnia Kurda, stanziata nella regione Sud-orientale della Turchia.
Secondo gli storici, 10mila anni fa proprio ad Hasankeyf si stabilirono i primi insediamenti dell’antica Mesopotamia. Vista la posizione strategica sul fiume Tigri, nel corso dei secoli si sono susseguite diverse civiltà nel controllo della città, dove sono state realizzate numerose opere di estremo valore artistico e culturale. Le caverne scavate nelle pareti di roccia che costeggiano il fiume furono abitate fino agli anni ’60, quando le autorità le evacuarono con la forza, in previsione dei futuri progetti di dighe. Qualche grotta è ancora abitata e ciò rappresenta l’aspetto più peculiare dell’antica città per il singolare modello di vita che tali abitazioni permettono. Anche queste sarebbero spazzate via dall’acqua, così come gran parte dei monumenti storici che caratterizzano la città. Tra questi chiese, moschee, tombe islamiche – ad Hasankeyf è sepolto il sultano Suleymano, discendente diretto di Maometto e profondamente venerato in tutto il paese - che rappresentano l’enorme complessità dell’eredità culturale e religiosa lasciata da numerose civiltà, tra cui i bizantini, i romani, i sassanidi, gli abbassidi, i merwanidi, i selgiukidi, gli eubiani, e più di recente gli ottomani.
Altra nota dolente è quella degli impatti sulle popolazioni locali. Oltre 55mila persone – secondo la stima più conservativa – saranno costrette ad abbandonare le proprie abitazioni. In realtà alcuni villaggi sono già stati sfollati, usando maniere a dir poco spicce, come ha potuto appurare di persona Christine Eberlein, esponente di spicco della Ong svizzera Berne Declaration, durante la sua missione sul campo tenutasi nell’ottobre 2007. La Eberlein è riuscita a raccogliere numerose testimonianze di famiglie cacciate dalle loro case a fronte di compensazioni irrisorie ed inique e nella latente violazione degli accordi presi tra le tre agenzie di credito all’esportazione coinvolte nel progetto e le autorità turche – tanto che per la concessione delle garanzie i governi di Austria, Germania e Svizzera avevano imposto circa 150 clausole. Secondo Yilmaz Orkan, presidente del Centro culturale Ararat di Roma, “gli espropri sono eseguiti sulla base di una legge turca sulle emergenze, quindi al di fuori del quadro legale previsto dalle linee guida internazionali, senza possibilità di verifica dell’effettiva erogazione del compenso previsto né della sua adeguatezza”. I gruppi kurdi sparsi per l’Europa si stanno mobilitando in massa, nel tentativo di fermare ancora una volta la costruzione della diga di Ilisu. Ma il tempo stringe ed Hasankeyf è sempre più a rischio.

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