America latina, un anno difficile
Cristiano Colombi
Dopo le ‘rivoluzioni elettorali’ degli ultimi due anni, i popoli latinoamericani hanno l’opportunità storica di cambiare. Non possono fallire la prova, ma chi si oppone minaccia di alzare il tiro…
I fatti che hanno interessato l’America latina nel corso del 2007 hanno messo in luce come nel ‘continente della speranza’ sia necessario ancora molto coraggio per realizzare cose che dovrebbero essere normali, come rispettare i risultati delle elezioni, accettare sconfitte referendarie, chiedere il rispetto di diritti riconosciuti a livello internazionale. Intendiamoci, non si tratta di mancanza di democrazia: da una parte la maratona elettorale degli ultimi due anni, che per la prima volta ha portato forze di sinistra al potere nella maggioranza degli Stati del Sud America, e dall’altra la grande capacità di partecipazione diretta delle forze sociali sono grandi prove di democrazia. Il problema è la reazione delle élite di fronte alla sola possibilità di realizzare le riforme richieste dalla popolazione, che riporta alla mente gli scenari più inquietanti del recente passato. Eppure dopo 500 anni i popoli dell’America latina hanno l’opportunità storica di cambiare, di demolire le strutture dello sfruttamento e di ricostruire una società democratica e autonoma, un’occasione che non possono permettersi di fallire. Con tutte le differenze che percorrono il continente, il tentativo di dare un nuovo volto all’America latina merita di essere analizzato a tre livelli: nei rapporti tra paesi, nella riforma degli Stati e nella lotta della società civile al di fuori delle istituzioni.
Il sogno dell’unione latinoamericana
La congiuntura favorevole di avere una maggioranza di governi riformisti ha permesso di compiere in un anno due passi importanti verso un grande traguardo politico, la realizzazione di una comunità degli Stati dell’America del Sud. Abbandonando i modelli superati di un accordo tutto economico come il Mercosur, o tutto politico come la Comunità andina, si è scelta una strada più pragmatica, quella di dare vita ad istituzioni multilaterali su aspetti strategici. Un percorso che ricorda quello europeo, iniziato proprio con la CECA, la Comunità del Carbone e dell’Acciaio. Così il 16 e 17 aprile 2007 il Primo Vertice Sudamericano sull’Energia ha battezzato l’Unione delle Nazioni Sudamericane (UNASUR) e dato vita ad una segreteria di coordinamento sulle politiche energetiche dei vari Stati, primo passo per definire un modello economico autonomo e nuove iniziative comuni. Sei mesi più tardi, il 10 dicembre, Brasile, Argentina, Uruguay, Venezuela, Ecuador, Paraguay e Bolivia hanno lanciato la Banca del Sud, strumento per finanziare i progetti infrastrutturali di sviluppo e di utilità sociale in autonomia rispetto al Fondo Monetario Internazionale e alla Banca Mondiale. Significative le sedi di questi atti ufficiali, il Venezuela del petrolio e l’Argentina dell’ultima crisi finanziaria. Dietro non è difficile scorgere il ruolo da promotore del presidente venezuelano Chavez, ma occorre riconoscere che i termini finali degli accordi hanno largamente superato le proposte iniziali del caudillo, rispecchiando le posizioni degli altri paesi ed in particolare del Brasile, vera ‘locomotiva’ dell’economia latinoamericana. Anche a costo di forti mediazioni, come la rinuncia al ruolo di prestatore di ultima istanza della Banca del Sud che l’avrebbe avvicinata al modello più coraggioso di un’autentica banca centrale sudamericana.
Il potere non si tocca
Se da una parte la ritrovata unità di intenti dei governi ha dimostrato di poter avviare un nuovo processo di integrazione sudamericana, dall’altra i tentativi di riforma più profondi fanno emergere contraddizioni e conflitti anche violenti.
Il cambiamento promesso dalla sinistra latinoamericana, infatti, prevedeva la strada di un nuovo processo costituente, capace di modernizzare le istituzioni e al tempo stesso di avvicinarle ai problemi sociali. Ma le vicende in Bolivia, Ecuador e Venezuela sono state molto diverse.
Il caso della Bolivia è il più inquietante, al punto che, dopo due anni dalla sua storica elezione, il presidente indio Morales si vede ora costretto ad accettare la sfida di un referendum sulla sua possibile destituzione. Dopo un primo anno in cui l’élite del paese ha fomentato la richiesta di indipendenza della ricca provincia di Santa Cruz, nel 2007 gli stessi gruppi di potere hanno soffiato sul fuoco della disputa tra Sucre e La Paz per il ruolo di capitale nella nuova Costituzione. A fine novembre, a Sucre, il giorno in cui l’Assemblea Costituente (a schiacciante maggioranza del partito di Morales) avrebbe dovuto votare il testo finale, la tensione è salita alle stelle. Mentre cordoni di contadini e indigeni cercavano invano di proteggere i lavori, gruppi di manifestanti affrontavano le forze di polizia e costringevano alla fuga i deputati. Il bilancio insanguinato di quattro morti portava la Costituente a sciogliersi. La decisione di Morales di ridare la parola al voto popolare è un estremo tentativo di fermare una deriva violenta che sembra costruita a tavolino.
Diverso il caso dell’Ecuador in cui l’elezione di ottobre dell’Assemblea Costituente ha quasi rappresentato un rovesciamento dei poteri. Sciolto il Parlamento alla prima riunione, la Costituente è l’istituzione più potente, tanto da spingere alcuni osservatori a considerare il suo presidente, Alberto Acosta, professore universitario e solo pochi mesi prima ‘scomodo’ ministro dell’Energia, più influente dello stesso Rafael Correa. Un personaggio, Acosta, con il coraggio di assumere posizioni controcorrente, come quella di smarcarsi da Chavez e dichiarare di volere un ‘Socialismo del XXI secolo’ diverso, costruito dai cittadini, che non insegua il mito ‘sviluppista’.
Ed è stato proprio il ‘Socialismo del XXI secolo’ a giocare un brutto tiro al presidente venezuelano che il 2 dicembre scorso ha perso per un soffio il referendum sulla nuova Costituzione. L’astensionismo dei suoi elettori non militanti, più indipendenti, ha agito da freno alle fughe in avanti e riportato Chavez a più miti consigli. L’immediato riconoscimento della sconfitta ed il rimpasto di governo di inizio 2008, con la sostituzione dei ministri più radicali e contestati, ne sono una dimostrazione. Ma anche in questo caso non mancano i segnali inquietanti, come il modo con cui l’opposizione conservatrice ha fatto propaganda, forte del quasi monopolio dei mezzi d’informazione, spostando l’attenzione sulla norma che abolisce il limite di rieleggibilità del presidente (ma come in tante ‘democrazie occidentali’), a spese delle altre riforme, soprattutto economiche.
In lotta per i diritti
Il difficile percorso per la costruzione di una nuova America latina riguarda anche e soprattutto la società civile. Occorre ricordare le crescenti tensioni sociali in Messico e Centro America, le preoccupanti manifestazioni dei sostenitori di Fujimori in Perù in occasione della storica estradizione dell’ex presidente, ma soprattutto i conflitti che riguardano ancora una volta i popoli originari, proprio nell’anno dell’approvazione all’Onu della ‘Dichiarazione dei diritti dei popoli indigeni’, un risultato atteso da venti anni. Assumono toni ormai drammatici i fatti che riguardano le comunità Mapuche in Cile, contro le quali si applica ancora le Legge Antiterrorista della dittatura: lo sciopero della fame di oltre novanta giorni di Patricia Troncoso, prigioniera politica, l’uccisione di un ragazzo ad inizio 2008, la presenza asfissiante della polizia nelle comunità. In Brasile i popoli indigeni continuano ad affrontare numerosi conflitti ambientali, come per le acque del Rio S. Francisco: un nuovo sciopero della fame di mons. Cappio nulla ha potuto contro la decisione del Supremo Tribunale Federale di non interrompere i progetti di sfruttamento. Ed infine i dieci anni senza giustizia dalla strage di Acteal in Chiapas, Messico, ricordano come sia ancora lunga ed in salita la strada per l’affermazione dei diritti in America latina.
Il processo di cambiamento in America latina, dunque, avrà bisogno ancora di molto coraggio per affrontare il conflitto con i vecchi apparati, con i loro patrocinatori internazionali. Ma un risultato è il fatto che, per la prima volta, l’ago della bilancia sarà la partecipazione popolare, l’impegno di una società civile che non può smettere di elaborare le nuove forme possibili di una convivenza più degna.





