Riflessione in margine ad una nuova tragedia della miseria
Graziano Zoni
Il primo gennaio 2008 due persone muoiono di freddo a Roma. Finito il tempo delle parole e delle statistiche è tempo di agire concretamente. Se esisto, ho il diritto di esistere. Un reddito minimo di “esistenza” per tutti.
Non ne posso più di statistiche, di studi e ricerche. Di numeri e di statistiche. Certo, anche quelle sono importanti. Sapere che in Italia ci sono alcuni milioni di poveri, che in Europa sono decine di milioni e che nel mondo oltre due miliardi di persone non sanno come sopravvivere non può non preoccupare.
I numeri sono importanti perché ci danno la misura del dramma. Ma sono freddi. Non suscitano emozioni. Non raccontano che dietro loro ci sono storie di vita, donne, uomini e bambini in carne ed ossa. In più servono a coltivare quel vezzo tipico della nostra cultura che crede di aver risolto un problema quando lo ha analizzato. Invece occorre trovare e in fretta, risposte concrete.
Mi hanno sempre insegnato che nel mondo “o c’è pane per tutti o non ce n’è per nessuno”. Ho pensato a questo quando ho saputo che il primo gennaio di quest’anno a Roma due persone sono morte di freddo. Due persone vere, in carne ed ossa. Con le loro storie, i loro sogni e le loro aspirazioni. Non due numeri di una fredda statistica!
Casa, sanità, scuola per tutti
La stampa, a metà dicembre scorso, ha riportato un intervento del premier Romano Prodi alla Commissione d’indagine sull’esclusione sociale. “Noi - dice Prodi - ci attendiamo non solo l’indicazione delle anomalie, ma anche provvedimenti che entrino nel dibattito sul reddito minimo di cittadinanza. Un dibattito che un Paese democratico non può non considerare”. Se posso, da ruspante della strada, vorrei completare l’affermazione del premier. Un Paese democratico, con un Governo di sinistra sostenuto da tanti cattolici, non solo “non può non considerare”, ma deve, assolutamente deve, e quindi, avrebbe dovuto già, realizzare e rispettare questo diritto primario che spetta ad ogni persona: di possedere un reddito minimo garantito, un’abitazione degna di un essere umano, una sanità ed una scuola gratuite. È un diritto questo che gli è dovuto in quanto esiste, è nel mondo. Ogni persona, nel momento in cui viene al mondo, porta stampato in sé, nel suo certificato di nascita questo diritto primario.
L’Abbé Pierre nell’inverno del 1954, particolarmente gelido nella regione parigina,di fronte ai tanti senza tetto che rischiavano di morire assiderati, con i suoi “stracciaioli di Emmaus” decise di costruire “case illegali”. E diceva: “Se la polizia verrà a chiedermi il permesso di costruire, mostrerò loro ed alla stampa il certificato di nascita di queste persone”. Esisto, quindi devo esistere, quindi ho diritto di esistere!
Attorno a questo concetto, già dal 1989 l’economista Henry Guitton fondò l’Associazione Aire (Associazione per l’Istituzione di un Reddito di Esistenza). Questa associazione confluì poi nella rete Bien (“Basic incombe European Network”) che raggruppa più di duecento (sì, avete letto bene, duecento) ricercatori occidentali di moltissimi settori (economia, sociologia, filosofia, politica ed amministrazione). Come sempre, in questi network mancano i diretti interessati: i senza tetto, i senza fissa dimora, i senza tutto.
Devo riconoscere che negli ultimi anni la Commissione europea ha cominciato a riunire sui problemi sociali anche i diretti interessati. Guido e Michele della Comunità Emmaus di Roma, che hanno partecipato agli incontri a Bruxelles, ne sono tornati abbastanza soddisfatti, ma stanchi, sfibrati dalle troppe parole. Ad Emmaus sono abituati a fare.
E il problema resta sempre questo: come passare dalle parole ai fatti concreti? Dall’analisi e dallo studio della miseria ad azioni concrete che possano portare ad una soluzione vera?
Un reddito minimo garantito
Attorno alla richiesta del “reddito di esistenza” ci sono varie interpretazioni. Chi lo vede legato ad un’attività sociale, chi in vista di un inserimento nel mondo del lavoro, chi lo ritiene un diritto legato semplicemente al fatto di “esistere”.
In Francia per esempio esiste da anni il “Rmi” (Reddito Minimo d’Inserimento). Nel 1998 il Governo italiano decise come esperimento per due anni, un istituto analogo coinvolgendo direttamente i comuni che dovevano farsi carico del 10 per cento delle allora 500.000 lire (258,23 euro) che venivano erogate. Lo stanziamento previsto avrebbe potuto interessare circa centomila famiglie. Alla soddisfazione di molti non mancò all’epoca qualche cautela. Ad esempio Mons. Nervo, presidente della Fondazione Zancan, riconobbe la validità del provvedimento, ma ne evidenziò anche i rischi: l’attuazione assai complicata richiedeva molta attenzione per garantirne l’efficacia, affinché fosse realmente uno strumento per uscire dalla miseria, senza alcuna strumentalizzazione.
Oggi, il Presidente Prodi parla di “reddito minimo di cittadinanza”. Conoscendo gli equivoci possibili cui la parola “cittadinanza” si presta, specialmente oggi, avrei preferito e preferisco la denominazione di “reddito minimo di esistenza”. La trovo più chiara e forse afferma e riconosce meglio il diritto non finalizzato al “per esistere”, ma al semplice fatto che “esisto”.
La differenza non è di poco conto. Va ben oltre il gusto della disquisizione semantica, e ci aiuta ad intenderci meglio.
A proposito, mi resta sempre l’incubo della parola “incapiente” che da un po’ di tempo ricorre nel nostro lessico politico-sociale. Non l’ho trovata nemmeno sul vocabolario, quindi deve essere fresca di conio.
Mi ha aperto un po’ la mente un articolo di Francesco Marsico sull’ultimo “Italia Caritas” del 2007.
Marsico esamina il pacchetto “sociale” della Finanziaria e, ad un certo punto, parlando dei 1.900 milioni di euro provenienti dal cosiddetto “tesoretto”, scrive che dovrebbero essere destinati ai contribuenti a basso reddito, detti “incapienti”. E qui ripongo, insieme a Marsico e spero a tanti altri, la domanda per la quale occorre una chiara risposta del nostro sedicente Governo di sinistra: «E coloro che non sono nemmeno incapienti?».
D’accordo pensare e preoccuparsi dei titolari di pensione sociale, d’accordo sostenere i cortei e le lotte dei precari, d’accordo impegnarsi a difendere il potere d’acquisto dei salari. Ma a coloro, e sono una moltitudine!, che vivono in estrema miseria, che non sono nemmeno iscritti all’anagrafe fiscale (e qualcuno magari nemmeno all’anagrafe civile), che non hanno sindacati se non le nostre associazioni che tentano di dare loro una risposta ai loro diritti, a costoro chi ci pensa? Contro chi devono dichiarare sciopero? E sciopero di “che”, della fame?
Esistono, quindi hanno diritto di vivere.
La mia riflessione non vuole essere polemica od offensiva. Ma ritengo che oggi sia dovere primario delle organizzazioni sindacali richiedere al governo efficaci interventi anche per questa fascia sempre più larga di persone, pur non iscritte nelle liste delle proprie organizzazioni. E dal governo mi aspetto, finalmente, un gesto che vada oltre i calcoli politici, un gesto umano di giustizia.
L’istituzione fissa del “salario di esistenza” potrebbe essere il primo passo verso efficaci ed urgenti riforme sociali importanti, almeno quanto le grandi riforme su cui le forze politiche, di sinistra e di destra e di centro, stanno litigando da tempo, senza concludere nulla.
E non mi si parli di risorse. Se si trattasse di spese militari, dirette o indirette che siano, o di investimenti per tenere “alto” il nome dell’Italia nel mondo, le risorse fiorirebbero dalla sera alla mattina. Perché mancano sempre “risorse” quando si tratta di rispettare la dignità, il diritto di tante persone, (e per non essere frainteso specifico, italiane e non), che condanniamo a sopravvivere nella disperazione? Per carità, non escludiamo gli esclusi anche nel cosiddetto welfare!
La società civile italiana, nelle sue varie forme ed organizzazioni, continuerà a fare la sua parte, ma guai se lo Stato, il Governo, il Parlamento non sono decisi a fare il proprio dovere.
E guai se, società civile e istituzioni, non cominceremo con forza, decisione e perché no?, anche con qualche collera d’amore, a mettere in primo piano, al centro, la persona. La persona, non il calcolo di parte. La persona, non le astuzie del potere. La persona, non le mosse egemoniche. La persona, non il prestigio delle fazioni.
Non a parole, ma coi fatti.





