Gravi disordini politici e tribali dopo le elezioni
Renato Kizito Sesana
Si accusano reciprocamente i due contendenti alle elezioni presidenziali. Il presidente uscente, dichiarato vincitore, giura in fretta nella residenza presidenziale. Il suo rivale e gran parte degli osservatori internazionali denunciano brogli. Centinaia di vittime. Senza dialogo il paese rischia di essere ingovernabile.
Ciò che è avvenuto nelle scorse settimane in Kenya, al di là della tragedia rappresentata dalle centinaia di vittime rimaste sul campo, pone seri interrogativi non sul sistema democratico in se stesso (fino ad ora non siamo riusciti ad individuarne uno migliore), ma sulle forme della democrazia quando essa viene declinata in contesti culturali diversi dal nostro. Un dato è certo: chi in Africa viene chiamato, anche attraverso elezioni democratiche, a gestire il potere, difficilmente lo abbandona. Ki-Zerbo, il quale, oltre che storico è stato anche un leader politico, era solito dire che in Africa non conviene fare opposizione, perché si perde sempre. Chi ha il potere troppo spesso infatti lo gestisce a uso e consumo di se stesso e della propria etnia e non lascia spazio all’opposizione.
Il Kenya dopo essersi liberato democraticamente dalla dittatura più che ventennale del dittatore Moi, era ritenuto un paese sicuro. Dopo queste ultime elezioni è caduto in una spirale pericolosissima che rischia di innescare un conflitto che ha contorni sia politici che etnici. Di seguito pubblichiamo un’analisi di Padre Kizito e l’appello lanciato dal Premio Nobel per la pace nel 2004, la kenyana Wangari Maathai.
Per capire l’attuale contesto politico keniano bisognerebbe risalire almeno al 1982, quando, dopo un tentativo di colpo di Stato, l’allora Presidente Moi ha trasformato il paese in una dittatura brutale, pur mantenendo alcuni elementi formali e di facciata per spacciare il proprio regime come democrazia. Il tutto, è bene notarlo, sempre restando fedele alleato della Gran Bretagna e degli USA. Amico e protetto dall’Occidente. Sarebbe troppo lungo seguire dall’82 ad oggi la carriera politica dei due principali protagonisti della crisi odierna, Mwai Kibaki e Raila Odinga. Basti dire che da allora ad oggi entrambi sono stati alleati e avversari di Moi, alleati con tutti e avversari di tutti, anche tra di loro. Per entrambi non si può parlare di una posizione ideologica diversa o di programmi politici alternativi, ma sempre e solo di alleanze per arrivare al potere.
Entrambi hanno una considerevole fortuna personale, che non hanno paura di ostentare. È famosa la Hummer di Raila, un fuoristrada che costa diverse decine di migliaia di euro e che fa due kilometri con un litro. Raila l’ha usata per visitare Kibera, il più grande slum di Nairobi, che fa parte del suo collegio elettorale. Per entrambi, credere che siano motivati dal desiderio di servire il paese o che siano paladini delle democrazie e dei poveri, è cadere vittima di una pericolosa illusione. Il loro atteggiamento è descritto bene nell’editoriale del 1° gennaio del “The Nation”: “Né il Party of National Unity (NPU) né l’Orange Democratic Movement (ODM) durante le campagne (elettorali) hanno dimostrato particolare controllo o rispetto per la stabilità del paese. Il mantra sembra essere stato: o lo governiamo o lo bruciamo”. L’incontrollata sete di potere, e di proteggere col potere le ricchezze più o meno legalmente acquisite, sono il motore dell’attività politica di questi partiti.
Detto questo, bisogna fare delle distinzioni. Mwai Kibaki, quando è andato al potere cinque anni fa ha fatto delle riforme importanti: ha disposto l’educazione gratuita per gli otto anni di scuola elementare e garantito la libertà di espressione e di stampa. Per cinque anni non abbiamo avuto prigionieri politici e tanto meno assassini politici come avveniva con Moi, e mai in Kenya una campagna elettorale è stata libera come quella dello scorso mese. Ha preso una serie di provvedimenti economici che hanno fatto ripartire l’economia del paese, che negli ultimi anni di Moi aveva una crescita negativa e che invece dal 2004 è cresciuta di oltre il 5% all’anno.
Due, invece, sono i grandi fallimenti di Kibaki. La corruzione pervasiva, ereditata dai 24 anni di malgoverno di Moi, non è stata combattuta con l’efficacia e la determinazione che il cittadino comune avrebbe voluto. È stata sì ridotta di molto, ma resta un cancro che pervade tutta la società keniana. Inoltre, la nuova costituzione promessa da Kibaki appena eletto non è stata ancora approvata e la conseguente promessa di decentralizzazione del potere non è stata onorata.
La questione etnica
Dal canto suo Raila Odinga, andato al governo come membro della coalizione di Kibaki cinque anni fa, è poi passato all’opposizione sulla questione della nuova costituzione, ed é riuscito a far bocciare la costituzione proposta da Kibaki con il referendum di due anni fa. L’ODM è nato dallo slancio di questa bocciatura popolare, e da allora Raila ha accentrato il potere del movimento ed ha esasperato la questione tribale. Da oltre un anno ormai la parola d’ordine fra i Luo, - l’etnia di Raila che ha un peso preponderante nell’ODM, come invece i kikuyo sono l’etnia di Kibaki con un peso preponderante nel PNU, - è stata: “È arrivato il nostro turno di governare il paese” per poi trasformarsi più recentemente in: “Se perdiamo le elezioni vuol dire che ci sono stati brogli”.
Raila poi, durante la campagna elettorale, ha giocato due carte pericolose. Ha promesso di implementare il “majimboism”, una specie di regionalismo che era stato negli anni novanta proposto da Moi e rifiutato da Raila, senza specificare che contenuti avesse questo majinboism. Lasciando così temere, anche tenendo conto della storia personale di Raila, che si trattasse concretamente di una specie di rigido regionalismo che avrebbe frazionato il Paese. Successivamente ha firmato con i notabili della comunità musulmana un Memorandum of Understanding – un patto di intesa - i cui contenuti non sono mai stati divulgati con chiarezza. I suoi avversari, e molti cristiani fra loro, hanno giudicato questo accordo come un errore, perché fa una distinzione fra i cittadini keniani, basandosi sull’appartenenza religiosa, e questo è già contro la costituzione in vigore, così come contro il progetto di costituzione dell’ODM.
Kibaki e il suo gruppo non hanno reagito a questa campagna, alzando steccati e lasciandosi imprigionare nella trappola degli stereotipi etnici. Una responsabilità, quella dell’etnicizzazione del conflitto, che è tutta di questi leader politici. Per citare ancora l’editoriale del Nation, indirizzandosi a Kibaki e Raila, afferma: “Non c’è mai stata tanta animosità fra gente che ha vissuto insieme per molti anni come buoni vicini. Il caos che stiamo vivendo è il prodotto dell’élite tribale, economica e politica che si identifica con voi”.
Che l’aspetto etnico sia diventato centrale non lo si può negare. Inutile girare intorno al problema. Odinga in primo luogo, ma anche Kibaki e il suo partito, negli ultimi tre anni, per ragioni di opportunità politica personale, hanno fatto tutta una serie di passi, e a volte magari solo passi sbagliati, che hanno alimentato l’animosità etnica.
Entrambi i partiti usano saltuariamente, soprattutto nei momenti critici, l’appoggio dei “mungiki” e delle squadre organizzate e pagate di giovani disoccupati e disperati.
I mungiki sono nati all’inizio degli anni novanta come una comunità di kikuyo che voleva tornare alla religione ancestrale: la venerazione di Ngai (Dio) rappresentato dal monte Kenya. Lentamente questo gruppo è degenerato in una specie di piccola mafia che, ad esempio, a Nairobi ha controllato alcune delle linee di trasporto, e che riesce a mobilitare gli adepti anche per azioni violente e criminali. In questo gruppo ci sono ora anche non-kikuyo, ma tendenzialmente si identificano con la difesa delle comunità e degli interessi kikuyo.
A questa setta parareligiosa si contrappongono le squadre di giovani disoccupati di Kibera controllate da Raila Odinga, e delle quali Raila si è sempre servito per provocare disordini di piazza. Anche alzando il livello dello scontro fino a voler cercare di provocare vittime da poter poi usare per i propri scopi. Sono i due volti peggiori dello scontro in atto.
A Nairobi la maggioranza delle vittime di questi ultimi giorni non sono state uccise negli scontri con la polizia, ma da azioni organizzate da questi due gruppi. Così a Kawangware, dove i kikuyo sono prevalenti, hanno attaccato case e piccole attività artigianali dei Luo, e l’opposto è avvenuto a Kibera. Purtroppo poi, come sempre capita, a farne le spese sono le persone inermi e innocenti. Il mattino del 31 dicembre, dopo la notte di peggiori violenze che siano finora avvenute a Kibera, Kamba, un amico, mi raccontava terrorizzato di aver visto a poche decine di metri dalla sua baracca di Kibera i corpi di 4 suoi vicini e conoscenti, kikuyo, che erano stati sgozzati con un coltello da cucina.
Questa crisi l’abbiamo vista arrivare, ma nessuno ne aveva capito la potenziale distruttività e la carica di tribalismo che stava prendendo. I sondaggi che sono stati pubblicati dai media kenyani negli ultimi mesi facevano vedere come la gente continuasse ad avere una sostanziale fiducia nel presidente e sempre meno fiducia nel suo partito. Mentre molti, favorevoli ai cambiamenti promessi dall’ODM, erano meno entusiasti verso Raila, percepito come un uomo politico con tendenze dittatoriali. Così oggi i risultati delle elezioni, prendendo come autentici quelli ufficiali, rendono il paese ingovernabile. Con un presidente nel quale sono accentrati molti poteri, ma che è in minoranza in parlamento, e quindi non può governare, e con una rivalità tribale che è sfuggita probabilmente anche al controllo di chi l’ha scatenata.
Il dialogo come unica soluzione
E le due parti sembrano ormai fisse su posizioni che non ammettono il dialogo. Un amico giornalista kikuyo mi pare possa rappresentare la mentalità comune: “Io ho votato nel mio collegio elettorale per un parlamentare dell’ODM, perché credo che l’ODM possa avere in parlamento una funzione importante di controllo su un possibile strapotere del presidente, ma non accetterei mai Railia come presidente. Con lui al potere fra cinque anni non avremmo elezioni truccate. Non avremmo elezioni, punto e basta”.
Come sbloccare la situazione?
Innanzitutto è importante che Kibaki e Raila accettino di muoversi nella legalità, rispettando la legge, la costituzione vigente, rinunciando entrambi alle manifestazioni di piazza che inevitabilmente provocherebbero morti e feriti. E servirebbero solo ad inasprire le divisioni e creare un piedistallo per i due leader: i miei morti sono più dei tuoi.
Il parlamento, così come composto dai risultati elettorali annunciati, deve essere convocato e la giustizia deve lavorare indipendentemente per esaminare le reciproche accuse di brogli. Ma non basta. Kibaki deve accettare una seria revisione delle elezioni e la riconta dei voti, con la presenza di un monitoraggio internazionale. Non c’è altra alternativa se vuole garantire la sua legittimità.
Ma la cosa più importante è che Kibaki e Raila dialoghino. Kibaki finora ha reagito con la repressione, Raila punta sulle manifestazioni di piazza. Ma è una strada di confronto che non può portare lontano e che rischia di bloccare il paese in un conflitto irrisolvibile. La diplomazia internazionale deve aiutare il Kenya; Gran Bretagna e USA devono aiutare ad avviare il dialogo. L’Unione europea può avere un’influenza importante. L’Unione africana potrebbe aiutare a prender tempo. Tutte le possibili pressioni devono essere fatte su queste due persone e i partiti che rappresentano perché accettino il fatto che il Kenya è più importante di loro, e che devono collaborare.
Ma in ultima analisi la pace non può venire dal di fuori, deve nascere dal di dentro, per poter superare definitivamente le difficoltà e gli odi seminati negli ultimi mesi e nelle ultime settimane. Un’ipotesi possibile sarebbe quella di recuperare il “terzo uomo”, Kalozo Musyoka, che ha partecipato alle elezioni ottenendo quasi mezzo milione di voti. Appartiene ad un’etnia minoritaria, non ha mai usato né pubblicamente né privatamente, da quanto si sa, il linguaggio dell’odio tribale. Ha competenza e conoscenza della situazione politica del paese. Potrebbe diventare il mediatore interno ideale, capace di far muovere avanti un processo di riconciliazione che non può essere imposto dal di fuori.
Il dialogo fra le due parti deve cominciare al più presto. Non si può aspettare. Bisogna evitare ulteriori manifestazioni di piazza. Se tutto invece continua così, non ci sono dubbi che nel paese si scatenerà un nuovo ciclo di violenza e morte che renderà ancora più difficile la possibilità di una riconciliazione.





