Il welfare del 2008

Vinicio Albanesi

Nemmeno con la fantasia è possibile prevedere per il 2008 soluzioni alle questioni irrisolte del welfare. Una serie di fattori “negativi” impediscono programmazione e interventi significativi sul benessere sociale.
Il primo elemento negativo è la spinta alla sopravvivenza. Nel paese è oramai forte l’appello al rilancio dell’economia e del benessere. Da tutte le parti si sente il ritornello: “I salari sono insufficienti” e non permettono tranquillità. Per chi sta sotto la linea della “normalità”, per motivi personali e/o familiari, le difficoltà si raddoppiano. Soffre dei limiti di tutti, più quelli della solitudine, della mancanza di salute e di risorse.
Inoltre, il mondo della “politica” è tutto concentrato sugli “assetti istituzionali”. La mobilità dei quadri di riferimento non interrompono le difficoltà, anzi le aggravano.
L’attenzione è sul quadro generale della “governance”: i problemi concreti e quelli più gravi rimangono in sospeso. Ciò che esiste stenta a sopravvivere: nemmeno si parla delle situazioni più pesanti da affrontare.
Infine, l’esasperazione del federalismo ha prodotto se non 20 Italie, poco meno. I territori si differenziano. La legge 328, pensata per dare autonomia e quindi territorialità ed efficienza ai servizi, è inevasa o comunque realizzata a macchie. Territori ricchi di risposte e di progetti: poco più in là deserti impensabili. Pur in quadri di riferimento locali, non sono stati sciolti i nodi dell’integrazione sanitario-sociale. Un palleggio pericolosissimo si è innescato tra le competenze: vengono “volentieri” affidate. Non per generosità, ma per sgravarsi di problemi, date le scarse risorse.
Non resta dunque che segnalare per il 2008 “i nodi” evidenti e seri del welfare: senza nemmeno la speranza che verranno risolti; probabilmente nemmeno affrontati.
Il primo è la cosiddetta “autosufficienza”: una prospettiva che può abbracciare molti aspetti del sociale, ma anche essere limitata a scarse e insufficienti risposte. Se infatti per autosufficienza si intende l’offerta di strumenti per dare a chi è in difficoltà (disabile, anziano, povero, disagiato) soluzioni di vivibilità, tale prospettiva, senza una profonda rivisitazione di tutto il sistema di welfare, non è nemmeno pensabile. Si riduce a qualche ora al giorno di assistenza da offrire ai vari soggetti bisognosi. Su questo versante addirittura la riflessione è in ritardo.
Un altro grande nodo del welfare è tutto l’universo giovanile. Invocato in circostanze drammatiche (incidenti, alcolismo, tossicodipendenza, bullismo…), in verità nella nostra Italia non è mai esistita una politica giovanile. Non esistono reti, agenzie, occasioni capaci di intercettare disagi e disfunzioni dei giovani. Il carico di ogni forma di educazione e di accompagnamento è affidato alla famiglia, comunque essa sia. Sia forte e capace, che incerta e problematica. Non è difficile immaginare le conseguenze del disagio in famiglie fragili: le problematiche si moltiplicano con sbocchi drammatici di disordine e sofferenza.
Infine, è lontana ogni politica dei territori. Eppure è una prospettiva interessante perché, se esistono problemi sociali in ogni parte d’Italia, la loro gravità e ingestibilità dipende anche dai contesti ambientali e sociali molto diversi nel territorio. Gli esempi sono molti: gli stessi problemi sono diversamente risolvibili in una grande città o in un piccolo paese; in aree ad alto rischio o in aree più tranquille. Certamente i trend virtuosi si innescano per una serie di circostanze positive. La semplice elencazione di macro aree dimostra quanta buona volontà (politica) creativa sarebbe necessaria, pur tenendo presenti le scarse risorse economiche del paese.
Una stagnazione pesante sembra incombere sul paese. Un piccolo trotto a garantire specchietti di soluzioni. Lo sforzo tutto concentrato a non perdere quel poco terreno conquistato in servizi e in risposte.
Da qui l’invito almeno a riflettere, a ripensare il welfare in maniera complessiva ed efficace: ritornare alla creatività tenendo conto delle nuove forme di disagio, dei contesti modificati e soprattutto della programmazione delle risorse. Il minimo che possiamo augurarci in tempi difficili
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