Cleophas Adrien Dioma
Ringraziamo Cleophas Adrien Dioma del Burkina Faso, poeta, giornalista, fotografo, video documentarista, che inizia da questo numero la sua collaborazione con Solidarietà internazionale, curando una rubrica mensile.
Venire in Europa era il mio sogno. Volevo vivere la verità. Non mi piaceva più quella finta solidarietà africana. Nelle grandi città la gente aveva cambiato tutto; i valori e le cose belle del villaggio erano ormai diventati motivo di orgoglio e strumento per farsi valere. Chi ti apriva la porta, non lo faceva perché ti voleva bene, ma perché sperava sempre che tu ne parlassi dopo. E avreste dovuto vedere le case come erano fatte! Erano ville super sofisticate, con giardini... Tutto in stile occidentale. Per molto tempo è stata una cosa normale, anche se dentro di me c’era qualcosa che rifiutava tutto questo. Vedere le cose da molto lontano mi porta adesso a farmi delle domande, cerco il vero senso di tutto questo. Quando per la prima volta sono tornato a casa, mi sono vestito con un paio di jeans, una maglietta e sono uscito a salutare i miei amici. Mia madre vedendomi dalla finestra mi disse “Vestiti da europeo!” ed io le ho chiesto “Ma mamma come si vestono gli europei?”. Era comunque difficile spiegare a mia madre che essere europeo non voleva dire vestirsi con lo smoking e avere le scarpe di Valentino.
Quando sono rientrato in Africa per le vacanze non credo di esser riuscito a spiegare a tutti che non ero cambiato, che la mia situazione in Italia non era tanto bella, ma forse neanche brutta. Che avevo lavorato nei campi di pomodoro. Che avevo vissuto a Napoli in un appartamento con altre quattordici persone. Che la prima frase che ho imparato in italiano era “Cerco lavoro”. Che andavamo in giro, di casa in casa, a bussare e dire alla gente “Cerco lavoro” e ad avere come risposta “Hai fame? Hai freddo? Vuoi qualcosa?”. E noi che rispondevamo sempre “Cerco lavoro” perché non capivamo niente. Che nei campi di arance-mandarini in Calabria dormivamo in case abbandonate senza finestre e senza porte. Che una notte ci hanno sparato due colpi di fucile. Non sapevo come spiegare loro cosa voleva dire essere clandestino. Il non avere diritti, il non essere, la non esistenza. Come spiegare quando andavamo in piazza a metterci come schiavi ad aspettare che qualcuno venisse a prenderci per fare il muratore, il giardiniere o per portare dei sacchi di cemento per cinque o sei piani? Non ho mai avuto il coraggio di spiegare le cose. E poi… chi mi avrebbe creduto?





