Giancarla Codrignani
A sessant’anni dalla sanguinosa determinazione che separò gli islamici dagli induisti, il Pakistan è ancora governato dai militari, detiene testate nucleari, “gode” del sostegno degli americani e offre rifugio ai talebani del confinante Afghanistan se non, probabilmente, a Bin Laden. Il partito del popolo - pur discusso e discutibile, ma unico serio oppositore al regime di Musharraf - ha perduto tragicamente la sua leader.
Le preoccupazioni visibilmente non sono diminuite, le elezioni spostate hanno prodotto gli esiti previsti, il potere si è rimescolato, il vedovo Zardari resta screditato. Tuttavia, l’opinione mondiale oggi dovrebbe sentirsi più informata sul Pakistan, dopo le tante paginate sul tremendo assassinio. I delitti importanti galvanizzano sempre i media, ma le immagini di Benazir sono state particolarmente suggestive: raffiguravano la morte di una donna, di una donna bella, che faceva parte di una famiglia di rango e portava l’investitura paterna davanti a sé; già eletta due volte alla Presidenza del suo paese, aveva sperimentato il carcere e l’esilio e prometteva la democrazia. Una strategia da uomo agita da un corpo di donna. Solo uomini hanno accompagnato la sua bara. Voleva “cambiare il destino” del suo paese. Questo significa, anche per una donna, rafforzare il partito del clan, mantenere l’appoggio degli Usa, barcamenarsi tra la corruzione, il potere dell’esercito, gli attacchi dei militari alla magistratura, la crisi di un paese ad alto tasso di analfabetismo, ma immerso nella modernità. Problemi “neutri”, propri di un capo. In questo caso un capo che conosceva i limiti dell’esser donna, dall’obbligo di avere un marito e dei figli per essere riconosciuta socialmente, alla scelta che l’ha candidata, anche nel 1989, perché i maschi del partito non superavano le contrapposizioni interne. Le pakistane si riconoscevano nella donna che era riuscita ad emergere politicamente in un paese in cui non mancano donne evolute e ottime professioniste, ma in cui la stragrande maggioranza non conosce autonomia? Avrebbe potuto Benazir sostenere gli interessi delle donne e cambiare davvero il paese? Nelle interviste assicurava di sì, ma la mole dei problemi di governo l’avrebbe obbligata a differire gli impegni “di genere”, politicamente scomodi in tutti i paesi. È il rischio delle donne-leader: brave “come un uomo” debbono risolvere i problemi del governare per un genere solo. Se una di loro ci muore, restano sui muri, per la storia e per la consolazione delle altre donne, i manifesti di un bel viso e gli slogan di speranza. Intanto tornano a primeggiare sugli antichi guai i capi tradizionali. Che non cambiano.
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