Gianni Caligaris
Morti sul lavoro
Il mio bisnonno era un operaio piemontese, della provincia di Vercelli, compaesano e forse parente di quel Caligaris che passò alla storia come terzino della Juve e della Nazionale (Combi, Rosetta, Caligaris). Verso fine ‘800 fu “inviato”, con una cinquantina di coetanei, tutti celibi, a Terni, dove nel 1884 furono aperte “Le Acciaierie”.
E oggi? Oggi la fabbrica è un ghetto, come si legge nello straziante servizio di Ezio Mauro apparso su La Repubblica nei giorni in cui sto scrivendo. Un agghiacciante racconto di un sopravvissuto che alterna le immagini da Armageddon del disastro, allucinanti flash-back dei corpi ustionati e scarnificati, con considerazioni di bassa quotidianità ed alta sociologia (o viceversa?): in discoteca è meglio se dici che fai il rappresentante. La classe operaia non è mai andata in paradiso, meno che mai sembra possa andarci adesso, invisibile, riserva indiana, minoranza indispensabile ma oscena (ob scenam, ciò che non può essere mostrato). E ieri Epifani ha detto che il sindacato deve tornare in fabbrica? Welcome in the real world, Neo (“Benvenuto nel mondo reale, Neo”, da Matrix).
Bush: bombardare!
A un certo punto Bush si è soffermato davanti a una cartina aerea di Auschwitz e, rivoltosi a Condoleezza Rice, le ha chiesto perché gli americani non bombardarono il campo di concentramento nazista. Gli americani, ha spiegato la Rice, non pensavano che ciò avrebbe fermato lo sterminio degli ebrei. Bush si è fermato a pensare, e poi ha detto: “Avremmo dovuto bombardarlo”. L’interessante scambio è accaduto i giorni scorsi a Gerusalemme, al Museo della Shoa. A parte l’approssimazione della risposta di Condi, le poche battute fanno capire una volta per tutte l’individuo. Lui risolve bombardando, lui avrebbe bombardato. A costo di ammazzare Primo Levi o Eli Wiesel, che da Auschwitz sopravvissero, a costo di far fuori cento internati per ogni SS o kapò. Bombe al fosforo, come quelle usate su Colonia, al posto dei forni crematori, cosa importa come bruci? La bomba igiene del mondo, come in Iraq, come in Afghanistan. Primo Levi sarebbe potuto essere una danno collaterale, ci stiamo abituando. La filosofia della “tabula rasa”: pialliamo il mondo per renderlo levigato, condoglianze agli innocenti che diventano trucioli.
Il sacerdozio dei preti
Grazie al cardinale Etchegaray, preceduto qualche mese fa dal collega Hummes, si sta riaprendo il dibattito sul sacerdozio dei presbiteri all’interno della Chiesa Cattolica Romana (visto che in quella Cattolica di Rito Orientale il problema non esiste). Io spero che si sviluppi ed anche velocemente. Nel farlo registro con dispiacere il commento di un alto prelato, membro dell’Opus Dei, intellettuale e giurista: “Certo, una cosa sono i dogmi e un’altra le leggi. Le norme possono anche essere modificate, ma ciò non significa che sia opportuno o conveniente farlo. L’abolizione del celibato impoverirebbe tremendamente la vita della Chiesa. La gente ama di più un sacerdote che ha fatto della sua vita una donazione completa. Il mondo non è tutto eros e sesso”.
Mi impressiona il fatto che un porporato di indubbia esperienza e, data l’età, di auspicabile saggezza, riduca la tensione verso un amore corrisposto e verso la possibilità di creare una famiglia, di mettere al mondo dei figli e di vederli crescere, di invecchiare fra l’affetto dei propri cari, ad una questione di “eros e sesso”.
Mi colpisce anche l’affermazione apodittica sull’amore della “gente”. Significa che i pastori protestanti non sono amati dalle loro comunità? Mi sconcerta anche l’evidente distacco dalla realtà. Perché Sua Eminenza, che probabilmente non bazzica parrocchie da tempo, non promuove un sondaggio tra i cattolici praticanti per sapere cosa ne pensano, soprattutto nelle fasce di età meno anziane, quelle che costituiscono il futuro della Chiesa? Forse avrebbe qualche sorpresa.
I bambini immigrati hanno diritto alla scuola
“Per difendere le categorie più deboli bisogna combattere l’immigrazione irregolare e clandestina, che non paga le tasse e che può finire per essere contigua alla microcriminalità. Ma non è certo escludendo i figli degli immigrati dalle scuole che si riuscirà in questa battaglia. Al contrario, si rischia solo di fomentare la marginalità e la criminalità. Per combattere in modo efficace l’immigrazione clandestina c’è solo una strada da percorrere: intensificare i controlli sui posti di lavoro, dove gli immigrati irregolari si recano tutti i giorni. Perché allora i sindaci, che dicono di voler combattere la piaga dell’immigrazione illegale, non rivolgono le loro attenzioni agli ispettorati del lavoro, spingendoli a intensificare i controlli sui posti di lavoro nel loro comune, perché non chiedono ai loro concittadini di aiutarli nel segnalare il lavoro irregolare degli immigrati? (…) Un sospetto ce l’abbiamo: forse tra i loro grandi elettori ci sono anche coloro che assumono illegalmente manodopera immigrata e vogliono pochi controlli sui posti di lavoro per non pagare i contributi sociali e tenere basso il costo del lavoro. C’è solo un modo per convincerci del contrario: ci dimostrino coi fatti che non è vero.” Così Tito Boeri su “La Stampa”. Nello stesso articolo ricorda che mentre tutta l’Europa si sforza per mandare a scuola i figli degli immigrati, come punto essenziale delle politiche di integrazione e di inclusione, l’Italia si appresta a diventare il primo paese che va in direzione contraria.
Per fortuna le reazioni dello Stato sembrano essere all’altezza; su direttiva del Ministero della Pubblica Istruzione è stato intimato al comune di Milano di ripristinare le regole sull’iscrizione alle scuole dell’infanzia dei bimbi extracomunitari. In caso contrario, l’Ufficio scolastico regionale sospenderà la parità concessa e l’erogazione di ogni contributo statale.
Il ministro Fioroni ha ricordato che “il diritto all’istruzione è uno dei diritti fondamentali dell’uomo. Impedirne la fruizione significa ledere la dignità della persona umana. Non possono esistere deroghe a questa fruizione né per le colpe dei padri né per lo stato di povertà. L’intero assetto legislativo, fino a oggi e a prescindere dai colori politici dei governi, non ha mai messo in discussione il fatto che un bambino che vive sul nostro territorio abbia diritto a essere istruito e curato e questo indipendentemente dalle condizioni sociali ed economiche della famiglia”.
Finalmente uno scatto d’orgoglio in una stagione politica bigia ed intristita, in cui pare che non esistano più punti fermi, in cui tutto è negoziabile, in cui le identità sfumano come i contorni dei filari al crepuscolo, come il profilo dei monti quando sale la bruma.
Il Carnevale
“Viene Febbraio, e il mondo è a capo chino, ma nei convitti e in piazza lascia i dolori e vesti da Arlecchino, il Carnevale impazza, il Carnevale impazza... L’inverno è lungo ancora, ma nel cuore appare la speranza nei primi giorni di malato sole la primavera danza, la primavera danza”.
Questo vate molto padano ma, fortunatamente, poco celtico, ci accompagna verso i nuovi germogli. Non ho mai amato il Carnevale, forse a causa di una mia indecifrabile e gioconda malinconia, ma la danza della Primavera è tutta un’altra cosa, tutta un’altra cosa.
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