Intanto il clima sociale si sta avvelenando. Gli scontri tra diversi integralismi stanno diventando normali, non soltanto a grandi livelli, ma anche ai livelli minimi, nelle relazioni quotidiane. Ci si parla e ci si intende solo con quelli della propria parrocchia, del proprio gruppo sociale, della propria idea religiosa o politica. Gli altri sono avversari da combattere. La vicenda di Papa Benedetto XVI alla Sapienza è in proposito molto significativa. La competizione, come motore della crescita, non solo economica, sta dando i suoi frutti. Siamo tutti in competizione. Per essere i primi, per avere di più, per accaparrarci quel po’ di risorse che restano, per salvaguardare le conquiste raggiunte. Sparisce la solidarietà come pratica della convivenza e ci si rifugia in forme di solidarietà corporative in cui si cerca di difendere solo i propri interessi, anche se a scapito degli altri.
Aumentano in progressione geometrica gli squilibri sociali. Tutto in nome delle leggi di mercato che tendono a quantizzare ogni cosa, senza tener conto dei diritti fondamentali delle persone. Mentre un gruppo sempre più consistente di persone non sa come spendere i soldi, a Roma, la notte del primo gennaio due persone muoiono di freddo. Nel disinteresse generale. E non è possibile, di fronte all’aumento dei fenomeni di esclusione sociale ed economica, fare appello all’assistenza. Occorrono soluzioni politiche strutturali. Siamo in pieno dentro a quello che Bush e i suoi adepti chiamano capitalismo compassionevole. Dove i più deboli devono accontentarsi delle briciole che cascano dal tavolo dei ricchi assisi al banchetto.
Quest’anno ricorrono due anniversari importanti: 60 anni dall’entrata in vigore della Costituzione Italiana che disegna uno Stato, fondato sul lavoro, solidale e attento ai diritti di tutti. E 60 anni dalla proclamazione della carta universale dei diritti umani. Ratificata e sbandierata ad ogni piè sospinto, ma non praticata fin nei suoi aspetti più materiali, come il diritto a vivere e ad esistere.
È tempo di rimboccarsi le maniche. Il 2008 che è appena cominciato lancia una sfida alla nostra capacità non solo di agire, ma anche di sperare. “La speranza - scrive Roger Garaudy – è la decisione militante di vivere con la certezza che non abbiamo esaurito tutti i possibili fino a quando non tentiamo l’impossibile”. All’inizio di un nuovo anno dobbiamo avere il coraggio di “decidere” di sperare.
Durante l’esilio a Babilonia, quando Gerusalemme era disabitata e distrutta, Dio chiamò Geremia e gli ordinò di comprare un campo nella città santa. Dal punto di vista economico, un cattivissimo investimento. Geremia comprò quel campo che diventò il segno concreto della speranza che un giorno il popolo in esilio avrebbe smesso di appendere le cetre ai salici piangenti e avrebbe potuto tornare a cantare nella città. A Sion.
All’inizio di questo nuovo anno, forse è chiesto anche e noi di comprare un campo nella desolazione di questo deserto, sapendo che domani anche il deserto, se ce la mettiamo tutta e se non smettiamo di sperare, potrà rifiorire.
Auguri
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